

1. Il piano casa sono due
Non si è capito chi ha fatto confusione, se i soliti giornalisti
o il governo di proposito. Esiste da un anno un provvedimento chiamato "piano
casa" che serve a promuovere l'edilizia abitativa di fronte alla crisi
dei mutui e degli affitti. E' un investimento di 550 milioni di euro, e
sono soldi del povero Prodi che il governo Berlusconi non è ancora
riuscito a spendere. Questo piano è assai criticabile per vari motivi:
al di la del nome roboante che richiama gli anni settanta quando le case
popolari si costruivano a decine di migliaia all'anno, si tratta di pochi
soldi. Dividendo 550 milioni per 100.000 euro escono fuori 5.500 alloggi,
una bazzecola, se si pensa che il mercato privato ne ha costruiti 297.000
nel solo 2007. Inoltre l'attuazione del piano è stata scritta sotto
dettatura dei costruttori, che già in questo caso cercano di trasformare
il finanziamento in un sostegno di stato al settore in crisi. I soldi, tramite
le regioni, andrebbero a finanziare progetti già fatti e chiusi nei
cassetti degli operatori privati, senza innovazione e qualità che
non siano i soliti pannelli solari sul tetto. In cambio, c'è una
piccola percentuale di alloggi a fitto concordato.
Il provvedimento in discussione che verrebbe approvato venerdì, non
riguarda la casa e non può dare una casa, né in assegnazione,
né in affitto a chi non ce l'ha. Semplicemente riguarda qualsiasi
tipo di edificio privato, palazzina, capannone, ufficio, centro commerciale.
2. Cementificazione? No, densificazione
Non convince del tutto nemmeno la risposta della sinistra e degli urbanisti,
ispirata a quella che in America chiamano knee-jerk reaction. E' probabile
che le conseguenze del provvedimento saranno meno massicce di quanto temuto,
ma anche di quanto auspicato in funzione anticiclica. Il vero smottamento
è amministrativo e urbanistico. Distribuire sul territorio le opportunità
edificatorie è la vera leva dei piani regolatori, se invece questi
incrementi previsti del 20 e del 30% sono tutti in deroga ai piani vigenti,
si spalmano indifferentemente ovunque. Inoltre i Comuni incasseranno poco
da questa capillare valorizzazione perché sono previsti massicci
sconti ai contributi che chi costruisce deve pagare per le infrastrutture
pubbliche (reti, servizi, trasporti ecc.).
La densificazione può essere un buon obiettivo, ma la qualità
è una cosa generica che non si ottiene e non si è mai ottenuta
per decreto, ci vogliono incentivi più raffinati.
3. Un aiuto di stato
Si è già ironizzato sulle villette e le due stanze in più.
Chi vive in condominio si dovrà accontentare di chiudere il balcone
e la veranda e questo non migliorerà certo il paesaggio urbano. A
parte il privilegio dato coloro che hanno la villetta invece dell'appartamento,
che si configura come una trasversale forma di discriminazione sociale,
i cantieri che apriranno saranno solo quelli di chi è ancora disposto
ad investire il proprio risparmio su questa forma valorizzazione patrimoniale.
Per quanti siano, forse non bastano a riavviare l'edilizia. In realtà
i principali destinatari del provvedimento sono gli operatori economici,
non i padroni di casa. Chi ha o può acquistare interi fabbricati
può davvero ricevere il premio dell'incentivo. Si tratta dunque di
un aiuto di stato a costruttori e immobiliaristi, cioè a un settore
economico in crisi. La differenza con le automobili è che dopo qualche
anno il prodotto lo cambi comunque, mentre le costruzioni sono quasi irreversibili.
4. Una finta deregulation
Infine c’è poco da strillare per la deregulation. La sinistra non
ha le carte in regola: da anni fa la faccia feroce in parlamento e sui giornali,
e poi si arrangia come può nei comuni. Tuttavia se Berlusconi voleva
guadagnare punti come capo di un governo veramente liberalconservatore,
avrebbe dovuto mettere mano alle norme, semplificare e tagliare. Invece
che fa? Scarica tutto sulle spalle dei tecnici. La deregulation è
a rischio e pericolo di chi firma i progetti. Questo punto lo capisce bene
chiunque faccia il nostro mestiere. In Italia è assai difficile stabilire
che una qualsiasi cosa si può fare, se non si va a parlare prima
con il geometra del Comune, l'architetto della Soprintendenza, il vigile
del fuoco, l'ufficio d'igiene della Asl, il funzionario della Regione ecc.
ecc. Questa supplenza con un colpo di firma la dovrebbero esercitare i 140.000
architetti italiani (senza dire degli ingegneri): un esercito sterminato
di tecnici impoveriti e poco qualificati. Se volete incaricare dei kamikaze,
almeno pagateli meglio.
Francesco Garofalo
Francesco Garofalo (Ancona 1956)
è attualmente professore ordinario di progettazione alla Facoltà
di Architettura di Pescara, dopo avere insegnato all’Istituto Universitario
di Architettura di Venezia, e per numerose università nord-Americane.
Prima di frequentare il dottorato di ricerca a Roma è stato borsista
CNR e Visiting Scholar alla Columbia University di New York. E’ autore di
una guida all’architettura italiana, due libri su Adalberto Libera, e uno
su Steven Holl, tradotti negli Stati Uniti. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta
di scritti intitolata “Architettura scritta” nella collana I Testimoni dell’architettura
dell’editore Allemandi. Come consulente del Vicariato di Roma Ministero
per i Beni e le Attività Culturali, ha curato i concorsi per la chiesa
del Giubileo a Roma, per il Centro delle Arti Contemporanee e l’ampliamento
della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. Per la Biennale di Venezia,
Francesco Garofalo ha coordinato nel 2006 il laboratorio internazionale
di progettazione “Learning from Cities”; nel 2008 è stato scelto
come Curatore del Padiglione Italiano.
Francesco Garofalo e Sharon Miura costituiscono lo studio Garofalo Miura
Architetti nel 1997. Lo studio GMA è stato invitato alla mostra internazione
di Architettura della Biennale di Venezia nel 2002 e nel 2004..
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[13-03-2009] |
A proposito del cosiddetto “Piano casa”
