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C'è una ricerca, in modo particolare, dalla quale vorrei partire per affrontare il tema. È quella di dECOi, pilotata da Mark Goulthorpe. Nella cui produzione si possono rilevare alcune caratteristiche fondamentali. Proviamo ad enumerarle:


1. studio delle possibilità offerte dalla modellizzazione parametrica, utilizzando il computer non al fine di realizzare modelli finiti, bensì una serie di relazioni variabili

2. aspetti ambientali non visuali prelevati elettronicamente ed elaborati sotto forma di dati, applicati per raggiungere un processo generativo di forme, fino al limite del cambiamento di forme in tempo reale

3. esplorazione di nuove possibilità offerte dalle tecnologie elettroniche al fine di concepire e realizzare edifici intelligenti come organismi in grado di rispondere, reagendo, agli stimoli ambientali

4. forme spesso indeterminate, che lasciano spazio alla libera interpretazione da parte degli utenti, o realizzate come se il processo di formazione fosse perennemente in fieri.


L'indagine verso le dimensioni sociali della rivoluzione digitale permea il lavoro di dECOi, proponendo soluzioni capaci di riqualificare, anche profondamente, lo spazio di vita domestico o pubblico. Si tratta di un lavoro impegnato, capace di interrogare la disciplina nei suoi rapporti con la società contemporanea. Nel panorama internazionale esso assume quindi un ruolo fondamentale, per molti aspetti innovatore, attraverso una ricerca improntata all'utilizzo delle nuove tecnologie e sviluppata in contatto costante con programmatori, matematici, ingegneri. Il ricorso a macchine a comando numerico rende possibile l'incontro tra le nuove procedure di concezione e di produzione. Pensiamo, in modo particolare, ad "aegis hypo-surface" del 1999: una superficie dinamica capace di deformazioni nelle tre dimensioni registrate in tempo reale grazie all'azione di un sistema pneumatico controllato da un sistema informatico centrale in grado di registrare vibrazioni di passi e voci umane, suoni e rumori, nell'ambiente.


Tra la moltitudine di direzioni di ricerca, quella proposta da dECOi è senz'altro tra le più calzanti, perché l'elettronica assume un valore decisivo in un impegno creativo complesso. Per un semplice motivo: allo stesso modo in cui occuparsi di architettura eco-compatibile non riguarda soltanto il tipo di impianto con cui vengono attrezzati gli edifici, lavorare sul rapporto tra corpo e spazio nell'era elettronica è un impegno che non si esaurisce nel dotare gli organismi edilizi di sistemi di reti telematiche o impianti intelligenti. È vero che le funzioni di alcuni luoghi si stanno modificando con l'uso delle reti. Ma con gli strumenti a disposizione, possiamo e dobbiamo davvero andare oltre per stabilire un nuovo rapporto tra corpo, spazio e ambiente, lavorando su un nuovo paradigma, su un'architettura come paesaggio.


È la logica conseguenza di un semplice fatto, constatabile da tutti: i confini si deformano, diventano flessibili, a volte impercettibili, fino a scomparire; non hanno più un ruolo di contenimento, ma stabiliscono relazioni, interazioni. Abbiamo capito che non è possibile ibernare la crescita, per cui non ha senso porre limiti tra spazio interno e spazio esterno, e di conseguenza riproporre regole grammaticali e sintattiche desuete. Anche la pianificazione bidimensionale a grande scala viene respinta, per promuovere quella tridimensionale, che articola lo spazio integrandolo a vari livelli, stabilendo un dialogo e un nuovo rapporto tra manufatto e ambiente.


In sostanza, la stessa idea di spazio come forma è superata. Ma attenzione: superata, non rinnegata. Del resto, non è forse l'elettronica che ci ha fatto capire che ogni oggetto digitale viene modellizzato e ricondotto ad un sistema di relazioni? Traduciamo e avremo un nuovo concetto di spazio inteso come luogo dell'interrelazione. È qui che l'elettronica evidenzia come il superamento della geometria non si attua, appunto, sul piano geometrico, ma lavorando su interrelazioni, flussi, rapporti tra le persone, scambio e manipolazione di dati, a tutti i livelli, anche sensoriali. Questo è il superamento, da un lato, della forma in quanto gesto e, dall'altro, del rifugio in sofisticate elaborazioni elettroniche a buon mercato. Si può essere reazionari e formalisti anche con un mouse fra le mani, invece che con la matita tra le dita. Si tratta allora di riportare l'attenzione sul metodo di lavoro che si compie prima di tutto a livello concettuale, facendo sì che gli scambi con altre discipline divengano fecondi a tal punto da arricchire nei contenuti la pratica architettonica. Infatti i due termini del problema - l'influenza delle tecnologia digitale nei confronti della disciplina, da un lato, l'ibridazione del linguaggio dell'architettura con quello di altre discipline, dall'altro - che apparentemente non presentano alcun punto in comune, sono in realtà l'uno più o meno indirettamente, la conseguenza dell'altro. Sicché, ragionando su questo punto, possiamo forse intuire l'incapacità della maggior parte della corrente produzione edilizia a pensare l'età nella quale viviamo. Siamo tutti d'accordo sul fatto di considerare l'architettura non come mero fatto tecnico, ma come disciplina in grado di progettare nuovi scenari di vita, quindi relazioni tra e con gli uomini. Il problema non riguarda il "dovere di fare tutto ciò che si può fare" - poiché in questo modo i parametri di riferimento (le esigenze e i bisogni dell'uomo, anche quelli espressivi) verrebbero capovolti - ma recuperare la distanza tra l'uomo e il mondo dei suoi prodotti, una distanza che si misura, appunto, nell'incapacità di anticipare gli effetti nel nostro "fare".


Annullare questa distanza significa capire le possibilità offerte dal nuovo paradigma elettronico, tentare di misurarci con il nuovo spazio dell'informazione nel modo indicato, per esempio, da Derrick de Kerckove. E lavorare sull'alleanza sempre più forte tra reale e virtuale in chiave critica. Ma anche riflettere sull'emergere, nelle ricerche più avanzate, di un'analogia di funzionamento tra la rete della realtà virtuale e la struttura neurale a rete dell'uomo. Tenendo conto che l'immagine più idonea per raffigurare questa interconnessione strutturale non è quella della macchina, ma quella di un sistema olistico di interdipendenza delle parti che costituiscono il sistema stesso. In tale contesto, anche il pensiero è soglia alla relazione. Si possono allora davvero acquistare due consapevolezze, già indicate da Luigi Prestinenza Puglisi nel saggio Silenziose Avanguardie: "che l'architettura è mediazione, interrelazione fra uomo e ambiente esterno, spazio individuato dalla scambio e dalla manipolazione dei dati, che avviene a tutti i livelli, non solo visivo. Che vi è stretta attinenza tra pensiero e architettura, perché quest'ultima può concretamente essere la dimensione attraverso cui il pensiero si proietta nello spazio, riflettendosi e ritrovandosi nella chiarezza di un'immagine".


L'architettura contemporanea deve necessariamente ridefinirsi. Il problema era già stato intuito da Lyotard nel 1985, e ripreso anche recentemente da un filosofo vicino a Toyo Ito, Koji Taky, in un saggio apparso nel volume monografico di Electa dedicato all'architetto giapponese: "Prendendo a prestito le parole di Italo Calvino, potremmo dire che gli architetti di oggi, a differenza di quelli di ieri, devono approcciarsi all'architettura in modo radicalmente diverso, con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica".


Azzardando un paragone con il secolo appena concluso, oggi siamo nell'epoca dei Perret, dei Behrens, dei Wagner, dei Berlage. Considerando come vanno le cose, forse non dovremo attendere ancora un quindicennio prima di vedere esplodere i Wright, i Mies e i Le Corbusier. E, come loro, dobbiamo sin d'ora tentare di fornire delle risposte convincenti al paradigma dominante. Prendendo le distanze tanto dall'idea della riduzione dell'uomo ad automa telecomandato, quanto da prefigurazioni di una società libera da vincoli fisici e corporei.


Il compito va ben oltre il mero aspetto formale, e coinvolge l'architettura in un nuovo approccio di approfondimento transdisciplinare, multisensoriale, in una nuova sensibilità e consapevolezza contestuale. La strada è tracciata. Ed è quella che conduce a ricercare un nuovo rapporto, o una convergenza, tra materia e flussi di informazione, perciò stabilendo un'intima connessione tra architettura ed era elettronica. Tra i compiti, forse il più difficile e affascinante è quello di visualizzare  l'invisibile.

Diego Caramma

 

 

 

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