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Kurt Forster è il nuovo direttore della Biennale di Architettura di Venezia, l'evento di portata internazionale che aprirà i battenti nel giugno 2004. Nato a Zurigo, Forster ha insegnato a Yale, Berkeley e Harvard prima di assumere il ruolo di direttore presso l'istituto di ricerca Getty a Los Angeles, che ha diretto dal 1984 al 1993. In seguito ha insegnato per nove anni presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), insediandosi successivamente in veste di direttore presso il Canadian Center for Architecture a Montreal, uno dei maggiori centri di ricerca architettonica. Nel 2003 gli è stata conferita la cattedra Gropius presso la Bauhaus Universität di Weimar. Le sue pubblicazioni trattano del Rinascimento italiano e di architettura moderna: Palladio, Giulio Romano, Schinkel, Le Corbusier, Mies van der Rohe, Gehry, Libeskind tra gli altri. Di seguito, una breve intervista: LPP: Dopo la Biennale sperimentale di Fuksas e quella realista di Sudijc, come sarà la Biennale diretta da lei? KF: Se le ultime due esposizioni sono state considerate come "sperimentale" e "realistica", allora la prossima sarà probabilmente "iper-realistica" nel senso che si occuperà principalmente delle attuali trasformazioni che si stanno verificando nella nostra professione. L'architettura ha oggi raggiunto una posizione di rilievo e uno spessore critico, aprendosi alla grandissima diversità culturale e all'enorme potenziale tecnologico. Inserendosi nel discorso disciplinare che ha fatto avanzare l'architettura da status professionale piuttosto ristretto al suo ruolo attuale di catalizzatore di idee ed esperienze culturali, la Biennale 2004 sarà incentrata precisamente su queste "metamorfosi". Le trasformazioni dell'energia, del tempo storico, di tutti gli aspetti di struttura, aspetto esterno e di impatto pongono l'architettura all'avanguardia nell'evoluzione tecnologica e culturale. Organizzerò la mostra in modo tale da rendere la lunga prospettiva dell'Arsenale un corridoio di discorso, il Padiglione Italia il luogo dell'esperienza immediata: vale a dire che l'Arsenale ripercorrerà le fasi principali della recente evoluzione e trasformazione dell'architettura, mentre il Padiglione Italia fornirà ai visitatori un contatto immediato con il fenomeno-chiave di questa trasformazione. Naturalmente speriamo che i vari padiglioni nazionali uniranno le loro voci alla polifonia già programmata per il 2004". LPP: La Biennale di Forster si concentrerà su questioni sociali e geopolitiche (ecologia, habitat, aree metropolitane, città del terzo mondo, contrasti est/ovest)o sulla ricerca formale? KF: Tutti i temi che verranno trattati dalla Biennale 2004 sono di carattere essenziale e critico piuttosto che appartenere a diverse categorie, tipologiche o settoriali. Analizzando i fenomeni di trasformazione che hanno riguardato praticamente tutti gli aspetti dell'architettura, la Biennale ripercorrerà entrambi gli itinerari che ci hanno condotto al momento attuale ed offrirà degli esempi chiave di tali trasformazioni. Senza dubbio anche la novità costituita dalla scala dei cosiddetti iperprogetti, così come le mutazioni del paesaggio e i processi di crescita e riabilitazione urbana, avranno il loro spazio. Ma invece di prendere diverse direzioni allo stesso tempo, la Biennale si concentrerà sulle principali trasformazioni che stanno accadendo quasi nella stessa scala dell'evoluzione naturale, che ha causato l'emergere di nuove specie e l'estinguersi di altre. Ci sono molte aree in cui l'architettura può dare un contributo solo limitato (o addirittura avere un effetto negativo sull'evoluzione socio-culturale), mentre altre aree non possono essere organizzate senza il suo apporto. La vecchia diatriba che soleva mettere in contrapposizione i valori formali con quelli sociali è di per sé stessa un relitto ideologico. Gli uni non possono emergere a scapito degli altri: è il tipo di conflitto che emerge quando ci si chiede chi è stato per primo a sparare in un duplice suicidio. L'unico guadagno deriva dal modo in cui l'architettura modifica i processi di invenzione ed esecuzione, mettendosi in grado di operare in condizioni radicalmente mutevoli e di imparare a rivestire il suo esigente ruolo di catalizzatore culturale. LPP: Quanto spazio c'è nella sua Biennale per la sperimentazione e per i giovani talenti? KF: Tutta la Biennale 2004 si fonda su un'ipotesi, cioè sulla supposizione che stiamo assistendo a una metamorfosi fenomenale della sua stessa natura, una trasmutazione così profonda che, di conseguenza, tutti i problemi convenzionali che si incontrano in architettura appaiono sotto vesti diverse. Le sfide di una società dell'informazione e di conflitti tra nazioni e al loro interno sono solo alcune delle più evidenti manifestazioni di questo processo. Per l'architettura, la maggiore sfida sta nei metodi di collaborazione e di realizzazione, un processo che non può fare a meno dell'informatica e del più ampio uso dei computer. Questa non è una mania, né una capitolazione alla tecnocrazia, bensì l'unico modo di superare le divisioni che si sono fatte strada fra le varie professioni impegnate nella costruzione di edifici. Il progresso tecnologico in architettura non può più essere misurato in base alla qualità dei singoli talenti e partecipanti alla costruzione, ma dal livello di integrazione tra di essi. Certamente ampio spazio verrà dedicato alla rapida evoluzione della tecnologia digitale. Questo è un campo in cui i giovani architetti sono in prima linea. Il tema generale della Biennale incorpora l'attenzione alle tendenze e alle realizzazioni più recenti (e più giovani). LPP: Che cosa pensa della ricerca e della produzione architettonica attuale? Lei è ottimista o pessimista? Ci riassuma in tre parole l'architettura di oggi. KF: In certi paesi l'architettura sembra trovarsi incastrata in trappole di natura governativa, educativa e culturale [ho risposto istintivamente in italiano perché queste domande suonano molto italiane, chiedo scusa]. Su scala globale, l'architettura ha una presenza che trascende di gran lunga l'importanza che le è stata pubblicamente riconosciuta per gran parte del Novecento. Per contrasto con i conflitti in cui era intrappolata, oggi l'architettura sta attraversando un periodo praticamente senza eguali di espansione, guadagnando nuovo terreno e migliorando i suoi modi di rivestire un ruolo preminentemente culturale. L'ingegneria non deve più esserne l'antagonista, né l'industria l'armatura, o la società il dittatore. L'architettura ha iniziato a progredire nel suo stesso discorso disciplinare, stimolando nuovi modi di dare forma ai luoghi, creando esperienze e ricordi che perdurano. Una genuina capacità poetica non ha più bisogno di contrapporsi in modo inconciliabile con l'organizzazione industriale o gli interessi imprenditoriali. E' indubbio che ci siano luoghi pieni di pessima architettura, (tanto frequenti nelle nazioni più avanzate quanto nelle aree maggiormente lontane dall'Europa), e che ogni giorno ce ne siano di più, ma è altrettanto chiara l'abbondanza di immaginazione, riflessione e possibilità senza precedenti. Le tre parole che potrebbero esprimere le qualità del momento attuale? Come non pensare a 'invenzione, indulgenza, intelligenza?' Intervista a cura di Traduzione di Michela Lucchini Intervista pubblicata su: The Architect¹s Newspaper, n.1 2003 |

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[6-2004] |
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