Chiudi questa finestra Scrivi all'autore dell'articolo Invia l'articolo ad un amico Scarica l'articolo

Io credo che le risposte che, sinora, sono state date a questa domanda siano insoddisfacenti. Il vuoto - come il nulla - è, infatti, un concetto trappola che non riusciamo a definire che in negativo. Il vuoto è l'assenza del pieno. La negazione della materia. Ciò che non ha corpo. Ma proprio perché lo definiamo in negativo - come qualcosa che non è - il vuoto non dovrebbe esistere. Come fa ad esistere ciò che non ha qualità fisiche? E non bisogna essere certo Parmenide per capire che ciò che non esiste non merita la nostra considerazione. In realtà le cose non stanno esattamente così. Anche perché, in architettura,  noi non pensiamo al vuoto assoluto, e cioè alla negazione filosofica del pieno, ma piuttosto a ciò che da questo pieno è delimitato: una porzione di spazio. Che è pur sempre un qualcosa. Di meno solido, di più aereo della materia costruttiva: una porzione d'aria. Da qui una prima definizione:  il vuoto in architettura  non è il vuoto assoluto ma è la porzione di spazio che muri, diaframmi, modanature  delimitano. Cioè, se vogliamo usare un termine geometrico, un volume. Mi spiego meglio: esattamente come in un cilindro, un cono, una sfera c'è una superficie che delimita e un volume che è delimitato, così in una architettura ci sarà un involucro che racchiude e uno spazio interno che è racchiuso.

Bene, abbiamo fatto un passo avanti. Ma modesto. Se non fosse che basta già questa semplice considerazione a farci vedere l'architettura in una luce del tutto diversa. Pensandola in termini di contenuto e non di contenitore.

Una cosa è infatti guardare un ambiente a partire dai muri che lo contengono, un'altra se osserviamo lo spazio che da questi muri è definito. Bruno Zevi, che con forza ha introdotto in architettura questo nuovo punto di vista, arrivò, in una mostra memorabile, a far eseguire dei plastici nei quali l'architettura di Michelangelo la si vedeva, per così dire in negativo, cioè a partire dagli spazi delimitati. 

E lo stesso Rem Koolhaas ha utilizzato, per il progetto della biblioteca di Francia, un approccio simile. Ha pensato, infatti, a un grande parallelepipedo interamente costipato di libri e scavato da ambienti, che come i buchi nella groviera, ne avrebbero eroso la massa. Ha realizzato poi due plastici diversi: uno per far vedere il volume come pieno. Un altro fatto dai buchi, questa volta rappresentati  in negativo come volumi pieni, per far capire la loro logica aggregazione. Sono i buchi dice Koolhaas, che fanno l'architettura della biblioteca perché è in queste cavità che si svolge la vita di relazione, si snodano i percorsi, sono possibili le attività di studio e di ricerca.

Zevi e Koolhaas ci mostrano quindi che è possibile progettare con i vuoti. Invece che assemblare i muri, il progettista penserà a aggregare i volumi, cioè gli spazi, tra di loro. Ma questa risposta è completamente soddisfacente per un architetto?  Direi di no. Perché potrebbe nascondere un formalismo tanto deteriore quanto quello, impostato sulla composizione dei pieni, che abbiamo abbandonato. Messa in mano a personaggi non del calibro di Zevi o di Koolhaas, l'aggregazione degli spazi può diventare un gioco gratuito, una ennesima forma di composizione che, invece che lavorare sommando pilastri, muri, finestre progetta per giustapposizione di prismi, parallelepipedi, sfere oppure - ma è la stessa cosa- selle, nastri di Moebius, paraboloidi iperbolici. Insomma, l'ennesima piaga formalista che deprime la nostra architettura, trasformandola in un inutile gioco geometrico.

Occorre allora introdurre un terzo termine: l'utente. L'utente è colui che misura e rende concreto lo spazio. Un vuoto, infatti, ha senso solo in relazione al suo utente. Per banalizzare: una stanza alta tre metri ha un valore per chi la vive, alta trenta ne ha un altro. E una cosa è un plastico, un'altra un edificio concreto.

Questa considerazione ci porta immediatamente a un'altra: che debba esistere un nesso tra pieno, vuoto e soggetto umano. E che sia proprio questa relazione che determina o meno il valore di una architettura. Vi confesso che ho pensato a lungo a questo problema. Sinora non ho trovato una soluzione interamente soddisfacente. Se non per un'idea che credo importante. Eccola. Ripensiamo al vuoto. Abbiamo già detto che non esiste se non in negativo, come ciò che non è pieno. Immaginate adesso di essere all'interno di un ambiente. Voi avrete una idea del suo valore spaziale solo attraverso la percezione di ciò che tale ambiente delimita:  muri, diaframmi, soffitti. E anche del vostro punto di vista. La percezione del vuoto non è quindi un valore in sé e per sé, ma ha caratteristica relazionale. In termini matematici si direbbe: è funzione del pieno che la delimita e dell'utente che la utilizza. Varia sia se muta il primo ( la sua grana, le sue dimensioni, la sua forma) sia se cambia  il secondo ( la sua statura, la sua posizione, il suo punto di vista).

Cosa comporta il fatto che lo spazio ha caratteristiche relazionali?  Innanzitutto  che riviene data centralità all'uomo concreto, alla sua percezione, ai suoi bisogni. In architettura non ha senso parlare di spazio al di fuori dell'uomo che la usa. Fine quindi del formalismo. E apertura alla vita che del formalismo è ben più interessante.  Secondariamente, che lo spazio può essere considerato in termini informatici. L'informatica  è infatti lo strumento migliore di cui disponiamo per gestire i processi informativi e quindi le interrelazioni.  Infine, la consapevolezza che nel nuovo spazio informativo acquistano peso anche i flussi, cioè tutte quelle attività immateriali che sinora l'architettura aveva scarsamente considerato. Ma che al pari dei muri e dei soffitti entrano in relazione con l'utente che li usa e li percepisce. Ditemi se è poco: attraverso questa mossa possiamo cominciare a intravedere l'architettura del terzo millennio.


Luigi Prestinenza Puglisi


 

 

 

Chiudi questa finestra Scrivi all'autore dell'articolo Invia l'articolo ad un amico Scarica l'articolo

pictures:


"Rem Koolhaas: metropolitan transparencies" by L.Prestinenza Puglisi

inner & outer plastic models in the French library

Testo&immagine collana di architettura


Re-read "hyperarchitecture by L.Prestinenza Puglisi

Testo&immagine collana di architettura