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Finalmente ieri sono riuscito a procurarmi una
copia di Domus.
Non posso che complimentarmi con il neo-direttore. Mi aspettavo molto meno perché
nonostante la stima personale verso Stefano Boeri immaginavo anche inevitabili
compromessi editoriali. Quando ho chiesto all'edicolante il numero di gennaio,
il cellophane con le scritte a caratteri cubitali mi ha tratto in inganno, ma
poi leggendo i nomi in parte mi sono rassicurato. Un po' scettico ma con tanta
curiosità ho liberato la rivista dal cellophane. Sotto quella pelle di plastica
è venuta fuori la vera anima del nuovo Domus, in totale contrasto con quel packaging,
fatto di nomi-logo. Una copertina senza effetti speciali che non coglie l'attenzione
per i colori sgargianti o le forme sinuose o per qualsiasi altro virtuosismo estetico.
Una vecchia foto in bianco e nero: "Milano, 30 maggio 1968. Un gruppo di
artisti e un centinaio di studenti di architettura vogliono bloccare l'inaugurazione
della XIV Triennale..." L'immagine dalla copertina si estende e ripiega su
due facciate, Giancarlo De Carlo è al centro della scena, ma non compare
immediatamente dall'esterno, lo si scopre dietro quando si apre per intero la
foto. La copertina oltre che vetrina del contenuto del numero del mese diventa
una parte a sé stante. "Meglio che un editoriale. La copertina
così fatta ( la battezzerei copertina-editoriale) mi sembra una idea da percorrere
e potenziare." come ha scritto giustamente Luigi Prestinenza
Puglisi sulla sua PresS/Tletter. Allora tutto sommato si può accettare il cellophane
con i nomi-logo stampati sopra se è il necessario prezzo da pagare per guadagnare
sulla copertina un nuovo spazio editoriale. Questa scelta potrebbe far rimanere
delusi alcuni lettori, alcuni potrebbero pensare che l'assenza di un editoriale
tradizionale sia una lacuna o che la scelta di un'immagine "storica" sia dettata
da un'incapacità di affrontare senza esporsi la contemporaneità. Queste sono solo
letture superficiali che possono trarre in inganno quelli che invece di leggere
le riviste sono abituati a sfogliarle. La contemporaneità non è un concetto temporale.
In realtà quell'immagine insieme alle poche righe di commento è uno degli editoriali
più belli di Domus sia per il contenuto che per il modo sintetico di averlo comunicato.
E il suo significato è intriso di contemporaneità. Boeri racconta l'architettura
come "modo di capire il mondo"
e mette in vetrina contenuti e ribalta la comunicazione e usa l'immagine per metterli
in evidenza. Di questo abbiamo conferma anche da un "piccolo" dettaglio in basso
a sinistra "rivista mensile di Architettura, Design, Arte e Informazione".
Quest'ultima parola sostituisce Comunicazione, due facce della stessa medaglia
che però mettono in evidenza l'individuo il primo come oggetto,
il secondo come soggetto e fruitore. Ma
oltre la copertina cosa troviamo? Non mi dilungo sulle novità come il diagramma
di produzione che ritengo molto interessante (anche se a mio parere sarebbe
stato meglio inserirlo alla fine) e per niente "autocompiaciuto", come afferma
invece Luigi Prestinenza Puglisi con cui concordo però sull'opinione del calendario
"unire il calendario degli eventi con le recensioni è
una ottima idea e elimina un dualismo tra notizie e commenti che era inutile".
Ma questi sono dettagli. Da qui in poi la lettura di Domus va in crescendo. La
visita Guidata all'ambasciata olandese a Berlino di OMA raccontata con la tecnica
del fumetto è una trovata originale ed azzeccata per questo tipo di articolo,
ti porta dentro l'edificio come quando ti immedesimi nelle storie di Dylan Dog.
Di seguito 10 facciate intense dedicate al Fun Palace di Cedric Price. Un progetto
degli anni sessanta di "uno" che si dichiarava anti-architetto. Altra declinazione
di contemporaneità atemporale. Arriviamo
al saggio di Giancarlo De Carlo che con la sua consueta lucidità ci racconta la
città mediterranea, alternativa di quella centro-europea, con le sue qualità e
le sue contraddizioni. Un discorso distaccato, che razionalmente, sinteticamente
e senza mai generalizzare affronta aspetti delicati delle trasformazioni di una
città mediterranea come Barcellona evidenziando il ruolo dell'architettura
come elemento urbano, che innesca mutazioni all'interno della città intesa come
organismo vitale da una sua precisa identità. Il saggio di De Carlo ci prepara
criticamente e ci introduce al reportage successivo '"Urban Investigation: Barcelona
Forum 2004" a cura di Matteo Poli e Mirko Zardini con le foto di Olivo Barbieri.
Barcellona si appresta ad un'altra mutazione. Dopo le Olimpiadi del '92
come scrivono gli autori "Barcellona ha cercato di proporsi
come Capitale Europea della Cultura, o come sede di una nuova Esposizione Internazionale.
L'obiettivo era quello di completare il processo di trasformazione urbana, raccogliendo
le risorse necessarie attorno ad un nuovo grande evento. Bocciate queste candidature
l'allora sindaco Maragall riuscì a ottenere che fosse Barcellona a ospitare da
maggio a settembre del 2004, il Forum Universale delle Culture". Una
parentesi è il testo di Cino Zucchi su Gino Valle, per ricordare uno
dei più grandi architetti italiani degli ultimi cinquant'anni, per poi "tuffarsi"
dentro al mare solido "Solid Sea ", mediterraneo, territorio dove si ripercorre
la vicenda del tragico naufragio avvenuto nella notte di Natale del 1996 lungo
le coste meridionali della sicilia. In questa parte si sente quasi prepotentemente
la presenza della nuova direzione e della sua anima "multiplicity". Sembra che
siamo andati lontano dall'architettura, ma siamo più vicino di quanto potremmo
immaginare. Perché multiplicity indaga nelle pieghe di una storia fatta di volti,
di morti, di terrore, la analizza al microscopio per capire e tracciare le mappe
macroscopiche della realtà. Allo stesso modo e con la stessa intensità ma con
un linguaggio totalmente diverso Francesco Jodice in "Crime Spaces: The Crandell
Case" esamina i luoghi del delitto di un efferato omicidio familiare ricostruendo
la vicenda attraverso fotografie, mappe e testimonianze dirette.Serve
un'altra pausa prima di ripartire e cimentarsi col saggio del filosofo-antropologo
Bruno Latour "può esistere oggi uno stile non moderno?". Questo Domus è
impegnativo, bisogna digerirlo. A questo punto la lettura scorre più velocemente
e arriviamo al progetto "il
nido nel frutteto dei prugni" di Kazuyo Sejima, autentico capolavoro di architettura
ed esempio di armonia di rapporto tra architetto e committenza. Una cosa che colpisce
molto è che lo spazio dedicato al design di questo nuovo Domus è molto ridotto
e l'interesse non è rivolto all'oggetto di design in sè,ma a ciò che esso rappresenta.
Così Jasper Morrison ci racconta i suoi "piccoli elettrodomestici".
Siamo a metà: l'intervista di Hans Ulrich
Obrist a Ludovico Magistretti. Obrist è un filo conduttore, è un po' la rete che
connette i protagonisti di questo numero, ama moltissimo chiacchierare con artisti;
lo fa da molti anni, ha spesso con sè un registratore. ha curato la mostra utopia
station all'ultima Biennale d'Arte di Venezia, all'interno della quale c'era anche
Boeri e recentemente è stato pubblicato "Interviews
vol I" un progetto ancora aperto, ambizioso e mastodontico
che comprende più di 400 interviste ai più interessanti protagonisti della
cultura contemporanea. Più che interviste sono veri e propri discorsi in cui Obrist
è coprotagonista. All'interno della raccolta di queste conversazioni troviamo
disparati nomi di artisti, registi, architetti, filosofi tra cui proprio i protagonisti
di questo numero di Domus, tra le 66 interviste pubblicate in questo primo
volume ritroviamo quella a bordo di un aeromobile proprio con Stefano Boeri, e
quelle con Giancarlo De Carlo, Rem Koolhaas, Kazuyo Sejima, , e Philippe Parremo,
artista algerino autore dell'articolo successivo "After Effect" (anche lui come
Boeri è stato invitato da Obrist alla sezione Utopia Station all'interno
dell'ultima Biennale d'Arte di Venezia) e Maurizio Cattelan autore della chicca
finale "el topo" che chiude il numero di gennaio. L'intervista a Vico Magistretti
nello stile di Obrist, è piuttosto un'interessante discussione e confronto tra
due acuti personaggi. Concludo dicendo
che mi sarebbe piaciuto leggere anche un bell'editoriale di chiusura di Dejan
Sudjic su Domus
di dicembre, ma purtroppo il senso che ho colto nel suo
discorso è stato questo: mi sono fatto il culo a Milano per 4 anni, sbattendomi
in giro per l'Europa rimbalzando da una parte all'altra su aerei di linea… ma
per fortuna muovendomi tanto ho scoperto tante cose interessanti …e devo dire
che anche lavorare per Domus è stato un privilegio e la redazione paziente ed
efficiente… e sono felice di lasciare a Boeri questo incarico … è stato faticoso
sì, ma nonostante tutto è stato divertente. Ora torno
a Londra, anche perché lì cose vanno molto meglio…Londra è meglio di Milano….
anche nella moda… Se volete dare retta a me fate come sto facendo io, venite a
Londra. Teniamo il consiglio di Sudjic
perché anche se potrebbe apparire strumentale, può essere vero, ma per ora guardiamo
altrove, dove forse qualcosa sta cambiando veramente. |

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[01-2004] |
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