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Continuano
le interviste a personaggi impegnati nel campo dell'architettura e dell'arte.
A sottoporsi alle domande è Michele Costanzo, storico e critico dell'architetura.
LPP:
Una auto-presentazione in quattro righe…
MC: Da diversi anni
mi occupo di critica architettonica. In precedenza sono stato progettista.
In gioventù ho lavorato presso l'Istituto Case Popolari di Catania,
poi sono entrato nell'università e parallelamente ho svolto la libera
professione con i colleghi dello studio TAU, fondato nei primi anni
Settanta. Ricordo questo perché ritengo importante che, per svolgere
un'attività critica in questo campo, di debba avere tra le varie
conoscenze di base un'esperienza diretta di tipo costruttivo e progettuale.
Questo vale anche per chi insegna progettazione all'università.
LPP: Cosa
ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi?
MC: C'è un famoso
aneddoto che si racconta su Frank Lloyd Wright che può rispondere in
parte alla domanda. Un gruppo di studenti va a Taliesin in visita, uno
dei giovani alla fine dell'emozionante esperienza domanda a Wright:
"Maestro qual'è il segreto per diventare un grande architetto?"
La risposta di Wright è pronta e diretta: "E' necessario trovare
dei buoni clienti". La crisi italiana, non è solo di tipo creativo,
o culturale, ma soprattutto è il riflesso di una difficile condizione
economico-organizzativa che investe ogni settore produttivo del paese.
LPP:
Il nome di un architetto italiano vivente al
quale faresti progettare casa tua.
MC:
Il lavoro di critico mi dà l'occasione e
gli strumenti per entrare nella struttura, per così dire, del pensiero
creativo di un progettista. Ho terminato da poco di scrivere un saggio
su Cino Zucchi per «Controspazio» che mi ha fornito l'occasione
di conoscerlo, parlare con lui, e apprezzare la passione e il puntiglio
che mette nel suo lavoro. Penso che se avessi la possibilità (oltre
che la necessità) mi affiderei alla sua creatività e alla sua competenza
costruttiva per la realizzazione di una "mia casa".
LPP: Il
nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.
MC:
Sicuramente, Frank Gehry che, peraltro, ammiro
come progettista (ma a livello puramente mentale). Ho avuto modo, a
suo tempo, di visitare ed apprezzare "criticamente" la sua
casa a Santa Monica e, recentemente, di vedere il progetto della sua
nuova casa "a padiglioni"; penso che siano entrambe espressione
di un genere di vita molto diverso dal mio, forse con minori sovrastrutture
e più libertà creativa. Ma quel genere di proposta mi mette a disagio,
non potrei vivere in quegli spazi. Ritengo che la progettazione/realizzazione
di un ambiente domestico debba prendere forma sulla base di un 'accordo'
di tipo intuitivo/sentimentale, o di una profonda sintonia di tipo culturale.
LPP: Il
nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.
MC: Ho difficoltà a
rispondere a questa domanda, perché l'architettura (quella 'progettata'!)
m'interessa tutta, oserei aggiungere, senza distinzione. In quanto,
ogni singola testimonianza è espressione di un'idea, una sensibilità,
un momento culturale che ho interesse ha comprendere.
Riguardo all'architettura contemporanea (perché ritengo che la tua
domanda sia rivolta alla produzione architettonica del presente) posso
fare questa osservazione: in molti casi sembra non riuscire a resistere
al tempo. Questo perché, soprattutto negli ultimi decenni, ha puntato
più sul valore della "sorpresa", che su quello della "seduzione"
(Calvesi ha scritto un interessante libro in proposito). Nel dire questo,
penso con grande rammarico al Museo Guggenhem di Gehry a Bilbao che
anni fa sono andato a visitare con mia moglie ed alcuni amici, quasi
"in pellegrinaggio", ed ora mi appare (in tutti i sensi) lontano.
Certamente è un'opera che mi ha sorpreso, ha colpito il mio immaginario,
ma non mi ha sedotto, per cui ora mi accorgo di non amarla più e, forse,
di non averla mai amata.
LPP: Ti
sei occupato molto dell'architettura olandese. Tre motivi per cui
la trovi interessante.
MC: L'architettura
olandese è entrata nella scena dell'architettura contemporanea in
maniera 'esplosiva' negli anni Novanta e, come un attore consumato,
ha saputo mantenere viva l'attenzione su di sé per tutto il decennio
e oltre. Da un lato, bisogna aggiungere, ha avuto strutture d'appoggio
(penso al NAi, al Berlage Institute, etc.), nonché la prestigiosa personalità
di Rem Koolhaas e, dall'altro, un boom economico che ha dato un
risvolto estremamente concreto alle proposte progettuali che si andavano
susseguendo.
Trovo interessante: che sia stata una generazione di giovani poco più
che ventenni ad interpretare la realtà in trasformazione, cercando di
fornire risposte non gravate dall'ipoteca del passato ("Architecture
without dogma" è il titolo dell'esposizione nel loro padiglione
alla Biennale veneziana del 1990); che si sia sperimentato molto sul
piano tecnologico, come su quello ideativo; e che, nonostante ci appaia
come un fenomeno in sé unitario, in realtà sia composto da tante identità
distinte dinamicamente impegnate in un dibattito estremamente vivace.
LPP: Chi
sono a tuo giudizio i migliori e perché (almeno tre nomi).
MC: Verso la figura
di Koolhaas ritengo che tutta l'ex giovane generazione senta di
avere un grande debito e quindi faccio per primo il suo nome; poi West
8 perché ritengo che abbia dato un grosso contributo nell'abito,
da noi poco esplorato, della landscape architecture; e, infine, MVRDV
per l'originalità della sua proposta progettuale ed anche per il
lavoro di ricerca a livello teorico, i cui risultati sono espressi in
molte pubblicazioni da Farmax a Regionmaker (recentemente ho scritto
in proposito un articolo su Arch'it). Il loro nuovo libro, che uscirà
in primavera inoltrata, darà testimonianza di questo indirizzo ormai
preponderante rispetto a quello più strettamente progettuale a noi più
noto.
LPP: Il
nome della tua rivista preferita e perché.
MC:
Come sai faccio parte della redazione di Metamorfosi
quindi il mio giudizio è poco obiettivo, perché conosco la difficoltà
di portare avanti un'idea. Le buone riviste sono rare, frutto di
una congiuntura di alcuni fattori: una forte personalità dominante (come,
tanto per intenderci, Rogers, Zevi e pochi altri), un momento di grande
spinta creativa, un vivace dibattito culturale, un paese che è fortemente
intenzionato a fare un passo avanti.
Per rispondere alla tua domanda, ritengo «Op.cit.», la rivista diretta
da Renato De Fusco, molto interessante, tant'è che ne sono appassionato
lettore fin dal suo primo numero (settembre 1964).
LPP: Non
c'è critica, ma solo storia (Tafuri). Sei d'accordo?
MC: Sostanzialmente
si, ma si tratta di fasi diverse ed anche d'impegno riflessivo differente:
una cosa è l'analisi del significato di un progetto (o dell'opera
di un autore), che corrisponde un impegno intellettuale finalizzato
alla definizione della sua 'essenza'; altra cosa e la sua 'collocazione'
all'interno di una "grande narrazione" (per dirla con
Lyotard). In sostanza bisogna cercare di capire le singole cose prima
di storicizzarle e la critica ha, in fondo, questa funzione.
LPP: Bruno
Zevi. Un giudizio sintetico sul personaggio.
MC: Zevi è stato certamente
un personaggio fondamentale per la nostra cultura architettonica, perché
ci ha aiutato a comprendere, a 'vedere' la realtà (soprattutto
la realtà immediata, tanto da denominare la sua critica "militante").
Il punto non è essere d'accordo con lui, con quello che dice, o
scrive (come, anche, con altri che fanno, analogamente, il mestiere
di critico), quello che importa è la spinta che ricevi in avanti, il
mondo che ti apre dinanzi. Al momento, quello che manca, soprattutto
nel nostro paese, sembra essere proprio questo.
LPP:
L'università italiana...la consiglieresti?
E se sì in quale città.
MC: L'università
italiana sta messa male. La ragione, o le ragioni hanno origini lontane
ed è impossibile ridurre il tema (per noi drammatico perché ci lavoriamo
dentro) ad una battuta. Penso che l'università veneziana, al momento,
sia l'unica a potersi confrontare in campo europeo.
Recentemente Luca Molinari in un suo articolo ("Una agenda per
l'architettura italiana") ha riportato il seguente brano di
Deyan Sudijc ex direttore di Domus e della Biennale veneziana: "Negli
anni Sessanta le scuole di architettura in Italia erano aperte a chiunque
sapesse scrivere il suo nome. Sommerse da migliaia di studenti, l'insegnamento
d'architettura smise di funzionare [...]. L'Italia ha
fallito nella capacità di produrre anche una singola personalità architettonica".
Un giudizio molto crudo che bisogna condividere se non altro come stimolo
per reagire e cercare di rovesciare la situazione.
LPP:
Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti:
Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au
Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti, Culotta (per cortesia
non mettere parimerito).
MC:
Colgo il senso della provocazione nella domanda
che mi poni. Però non posso non osservare che l'insieme dei nomi
è assolutamente disomogeneo. Il primo gruppo riguarda stars internazionali
di cui, peraltro, in maniera più o meno approfondita, ho scritto; e
questo, lo dico perché ho avuto, ed ho interesse a conoscere, comprendere
le loro proposte, più che fare classificazioni di merito. Per quanto
riguarda gli italiani le personalità che includi nel tuo elenco sono
tutte assolutamente di primo piano, ma ugualmente assai diverse tra
loro: in senso generazionale, per indirizzo di ricerca, per notorietà
acquisita. Alcuni hanno un importante ruolo nell'università, altri
(in verità molto pochi) anche nello sviluppo della cultura architettonica
contemporanea.
LPP:
Un libro che consiglieresti a uno studente,
uno a un architetto, uno a un critico.
MC:
Al momento non mi sembra che siano usciti saggi
di tipo 'generazionale'(come sono stati, ad esempio, i saggi
di Rossi, di Venturi, di Koolhaas) da poter consigliare. L'ultimo
che mi ricordo è il tuo "This is tomorrow" che è uscito nel
momento giusto e ha dato importanti risposte alla giovane generazione.
A conferma del mio disagio nel darti una risposta riporto qui un brano
di una recensione, di Monia De Marchi, a "The State of Architecture
at the Beginning of the 21st Century", a cura di Bernard Tschumi
e Irene Cheng: "La tendenza percepibile tra le pagine di The State
of Architecture at the Beginning of the 21st Century è che dopo i manifesti
dell'architetto demiurgo ci si stia sottoponendo ad un silenzio
di parola per costruire, e che dopo l'esplosione del virtuale ci
si stia affidando alla precisione nella realizzazione del dettaglio".
LPP:
Saranno famosi: fammi tre nomi
MC:
Vorrei risponderti indicando tre gruppi, anche
se nel mio ideale elenco ci sono più nomi: Ian+, A12 e 2a+p. Sono già
molto noti, anche in campo internazionale. Sono studi di progettazione
composti da giovani molto brillanti che, oltre ad aver elaborato numerosi
progetti, partecipato e vinto numerosi concorsi, hanno scritto numerosi
articoli e pubblicato libri. Ora stanno cominciando a realizzare qualche
progetto. Dei primi due gruppi ho avuto occasione, anche, di scrivere
qualcosa.
LPP: Tre parole oggi
importanti
MC: La prima parola
che mi viene in mente è "attenzione" (nel senso di "attenzione
al fare"), attorno a cui, peraltro, ho costruito il saggio su "Claus
en Kaan", che ha per sottotitolo, appunto, "L'architettura
dell'attenzione". Questa parola ne include altre due: creatività
e conoscenza.
Intervista
a cura di
Luigi
Prestinenza Puglisi
Intervista
pubblicata sulla PresS/Tletter n°19 del 2005
Lettera
con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design
a
cura di Luigi Prestinenza Puglisi
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