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[5-2005]

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Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell'architettura e dell'arte. A sottoporsi alle domande è Michele Costanzo, storico e critico dell'architetura.









LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…


MC: Da diversi anni mi occupo di critica architettonica. In precedenza sono stato progettista. In gioventù ho lavorato presso l'Istituto Case Popolari di Catania, poi sono entrato nell'università e parallelamente ho svolto la libera professione con i colleghi dello studio TAU, fondato nei primi anni Settanta. Ricordo questo perché ritengo importante che, per svolgere un'attività critica in questo campo, di debba avere tra le varie conoscenze di base un'esperienza diretta di tipo costruttivo e progettuale. Questo vale anche per chi insegna progettazione all'università.





LPP: Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi?


MC: C'è un famoso aneddoto che si racconta su Frank Lloyd Wright che può rispondere in parte alla domanda. Un gruppo di studenti va a Taliesin in visita, uno dei giovani alla fine dell'emozionante esperienza domanda a Wright: "Maestro qual'è il segreto per diventare un grande architetto?" La risposta di Wright è pronta e diretta: "E' necessario trovare dei buoni clienti". La crisi italiana, non è solo di tipo creativo, o culturale, ma soprattutto è il riflesso di una difficile condizione economico-organizzativa che investe ogni settore produttivo del paese.





LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua.


MC: Il lavoro di critico mi dà l'occasione e gli strumenti per entrare nella struttura, per così dire, del pensiero creativo di un progettista. Ho terminato da poco di scrivere un saggio su Cino Zucchi per «Controspazio» che mi ha fornito l'occasione di conoscerlo, parlare con lui, e apprezzare la passione e il puntiglio che mette nel suo lavoro. Penso che se avessi la possibilità (oltre che la necessità) mi affiderei alla sua creatività e alla sua competenza costruttiva per la realizzazione di una "mia casa".



LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.

MC: Sicuramente, Frank Gehry che, peraltro, ammiro come progettista (ma a livello puramente mentale). Ho avuto modo, a suo tempo, di visitare ed apprezzare "criticamente" la sua casa a Santa Monica e, recentemente, di vedere il progetto della sua nuova casa "a padiglioni"; penso che siano entrambe espressione di un genere di vita molto diverso dal mio, forse con minori sovrastrutture e più libertà creativa. Ma quel genere di proposta mi mette a disagio, non potrei vivere in quegli spazi. Ritengo che la progettazione/realizzazione di un ambiente domestico debba prendere forma sulla base di un 'accordo' di tipo intuitivo/sentimentale, o di una profonda sintonia di tipo culturale.




LPP: Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.


MC: Ho difficoltà a rispondere a questa domanda, perché l'architettura (quella 'progettata'!) m'interessa tutta, oserei aggiungere, senza distinzione. In quanto, ogni singola testimonianza è espressione di un'idea, una sensibilità, un momento culturale che ho interesse ha comprendere.
Riguardo all'architettura contemporanea (perché ritengo che la tua domanda sia rivolta alla produzione architettonica del presente) posso fare questa osservazione: in molti casi sembra non riuscire a resistere al tempo. Questo perché, soprattutto negli ultimi decenni, ha puntato più sul valore della "sorpresa", che su quello della "seduzione" (Calvesi ha scritto un interessante libro in proposito). Nel dire questo, penso con grande rammarico al Museo Guggenhem di Gehry a Bilbao che anni fa sono andato a visitare con mia moglie ed alcuni amici, quasi "in pellegrinaggio", ed ora mi appare (in tutti i sensi) lontano. Certamente è un'opera che mi ha sorpreso, ha colpito il mio immaginario, ma non mi ha sedotto, per cui ora mi accorgo di non amarla più e, forse, di non averla mai amata.



LPP: Ti sei occupato molto dell'architettura olandese. Tre motivi per cui la trovi interessante.


MC: L'architettura olandese è entrata nella scena dell'architettura contemporanea in maniera 'esplosiva' negli anni Novanta e, come un attore consumato, ha saputo mantenere viva l'attenzione su di sé per tutto il decennio e oltre. Da un lato, bisogna aggiungere, ha avuto strutture d'appoggio (penso al NAi, al Berlage Institute, etc.), nonché la prestigiosa personalità di Rem Koolhaas e, dall'altro, un boom economico che ha dato un risvolto estremamente concreto alle proposte progettuali che si andavano susseguendo.
Trovo interessante: che sia stata una generazione di giovani poco più che ventenni ad interpretare la realtà in trasformazione, cercando di fornire risposte non gravate dall'ipoteca del passato ("Architecture without dogma" è il titolo dell'esposizione nel loro padiglione alla Biennale veneziana del 1990); che si sia sperimentato molto sul piano tecnologico, come su quello ideativo; e che, nonostante ci appaia come un fenomeno in sé unitario, in realtà sia composto da tante identità distinte dinamicamente impegnate in un dibattito estremamente vivace.



LPP: Chi sono a tuo giudizio i migliori e perché (almeno tre nomi).

MC: Verso la figura di Koolhaas ritengo che tutta l'ex giovane generazione senta di avere un grande debito e quindi faccio per primo il suo nome; poi West 8 perché ritengo che abbia dato un grosso contributo nell'abito, da noi poco esplorato, della landscape architecture; e, infine, MVRDV per l'originalità della sua proposta progettuale ed anche per il lavoro di ricerca a livello teorico, i cui risultati sono espressi in molte pubblicazioni da Farmax a Regionmaker (recentemente ho scritto in proposito un articolo su Arch'it). Il loro nuovo libro, che uscirà in primavera inoltrata, darà testimonianza di questo indirizzo ormai preponderante rispetto a quello più strettamente progettuale a noi più noto.




LPP: Il nome della tua rivista preferita e perché.


MC: Come sai faccio parte della redazione di Metamorfosi quindi il mio giudizio è poco obiettivo, perché conosco la difficoltà di portare avanti un'idea. Le buone riviste sono rare, frutto di una congiuntura di alcuni fattori: una forte personalità dominante (come, tanto per intenderci, Rogers, Zevi e pochi altri), un momento di grande spinta creativa, un vivace dibattito culturale, un paese che è fortemente intenzionato a fare un passo avanti.
Per rispondere alla tua domanda, ritengo «Op.cit.», la rivista diretta da Renato De Fusco, molto interessante, tant'è che ne sono appassionato lettore fin dal suo primo numero (settembre 1964).




LPP: Non c'è critica, ma solo storia (Tafuri). Sei d'accordo?

MC: Sostanzialmente si, ma si tratta di fasi diverse ed anche d'impegno riflessivo differente: una cosa è l'analisi del significato di un progetto (o dell'opera di un autore), che corrisponde un impegno intellettuale finalizzato alla definizione della sua 'essenza'; altra cosa e la sua 'collocazione' all'interno di una "grande narrazione" (per dirla con Lyotard). In sostanza bisogna cercare di capire le singole cose prima di storicizzarle e la critica ha, in fondo, questa funzione.




LPP: Bruno Zevi. Un giudizio sintetico sul personaggio.


MC: Zevi è stato certamente un personaggio fondamentale per la nostra cultura architettonica, perché ci ha aiutato a comprendere, a 'vedere' la realtà (soprattutto la realtà immediata, tanto da denominare la sua critica "militante"). Il punto non è essere d'accordo con lui, con quello che dice, o scrive (come, anche, con altri che fanno, analogamente, il mestiere di critico), quello che importa è la spinta che ricevi in avanti, il mondo che ti apre dinanzi. Al momento, quello che manca, soprattutto nel nostro paese, sembra essere proprio questo.



LPP: L'università italiana...la consiglieresti? E se sì in quale città.

MC: L'università italiana sta messa male. La ragione, o le ragioni hanno origini lontane ed è impossibile ridurre il tema (per noi drammatico perché ci lavoriamo dentro) ad una battuta. Penso che l'università veneziana, al momento, sia l'unica a potersi confrontare in campo europeo.
Recentemente Luca Molinari in un suo articolo ("Una agenda per l'architettura italiana") ha riportato il seguente brano di Deyan Sudijc ex direttore di Domus e della Biennale veneziana: "Negli anni Sessanta le scuole di architettura in Italia erano aperte a chiunque sapesse scrivere il suo nome. Sommerse da migliaia di studenti, l'insegnamento d'architettura smise di funzionare [...]. L'Italia ha fallito nella capacità di produrre anche una singola personalità architettonica". Un giudizio molto crudo che bisogna condividere se non altro come stimolo per reagire e cercare di rovesciare la situazione.




LPP: Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti, Culotta (per cortesia non mettere parimerito).


MC: Colgo il senso della provocazione nella domanda che mi poni. Però non posso non osservare che l'insieme dei nomi è assolutamente disomogeneo. Il primo gruppo riguarda stars internazionali di cui, peraltro, in maniera più o meno approfondita, ho scritto; e questo, lo dico perché ho avuto, ed ho interesse a conoscere, comprendere le loro proposte, più che fare classificazioni di merito. Per quanto riguarda gli italiani le personalità che includi nel tuo elenco sono tutte assolutamente di primo piano, ma ugualmente assai diverse tra loro: in senso generazionale, per indirizzo di ricerca, per notorietà acquisita. Alcuni hanno un importante ruolo nell'università, altri (in verità molto pochi) anche nello sviluppo della cultura architettonica contemporanea.




LPP: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico.


MC: Al momento non mi sembra che siano usciti saggi di tipo 'generazionale'(come sono stati, ad esempio, i saggi di Rossi, di Venturi, di Koolhaas) da poter consigliare. L'ultimo che mi ricordo è il tuo "This is tomorrow" che è uscito nel momento giusto e ha dato importanti risposte alla giovane generazione.
A conferma del mio disagio nel darti una risposta riporto qui un brano di una recensione, di Monia De Marchi, a "The State of Architecture at the Beginning of the 21st Century", a cura di Bernard Tschumi e Irene Cheng: "La tendenza percepibile tra le pagine di The State of Architecture at the Beginning of the 21st Century è che dopo i manifesti dell'architetto demiurgo ci si stia sottoponendo ad un silenzio di parola per costruire, e che dopo l'esplosione del virtuale ci si stia affidando alla precisione nella realizzazione del dettaglio".



LPP: Saranno famosi: fammi tre nomi


MC: Vorrei risponderti indicando tre gruppi, anche se nel mio ideale elenco ci sono più nomi: Ian+, A12 e 2a+p. Sono già molto noti, anche in campo internazionale. Sono studi di progettazione composti da giovani molto brillanti che, oltre ad aver elaborato numerosi progetti, partecipato e vinto numerosi concorsi, hanno scritto numerosi articoli e pubblicato libri. Ora stanno cominciando a realizzare qualche progetto. Dei primi due gruppi ho avuto occasione, anche, di scrivere qualcosa.



LPP: Tre parole oggi importanti


MC: La prima parola che mi viene in mente è "attenzione" (nel senso di "attenzione al fare"), attorno a cui, peraltro, ho costruito il saggio su "Claus en Kaan", che ha per sottotitolo, appunto, "L'architettura dell'attenzione". Questa parola ne include altre due: creatività e conoscenza.









Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°19 del 2005

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi