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[5-2005]

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Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell'architettura e dell'arte. A sottoporsi alle domande risponde Michele Capobianco, professore e architetto e personaggio di spicco della scuola napoletana.










LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…


MC: Posso dire di aver attraversato il '900, con in dotazione due passioni, l'architettura e l'insegnamento, ed un bagaglio di piccole virtù, forse oggi desuete, che nella mia generazione segnavano la speranza di una trasformazione civile della società italiana. Ho avuto la fortuna di avere maestri, alcuni "cercati" nel laboratorio d'idee della cultura europea e altri attivi nella provincia italiana, e amici come Zevi, Koening, Belgiojoso o come il più giovane Costantino Dardi, e allievi, di cui rispetto l'indipendenza di pensiero. Sulla mia "poetica" preferisco far parlare un lettore sensibile come Aldo Castellano, quando nel recensire i progetti per il Polo Universitario di Monte S. Angelo scrive, nel 1994, sulle pagine di Abitare: «Nato razionalista e svezzato scoprendo l'organicità, come scriveva Klaus Koenig, Capobianco coniuga due sistemi di composizione quasi inconciliabili: il rigore del primo e la complessità del secondo, senza perdere di vista il terzo incomodo, ossia la funzionalità. Il risultato di questa alchimia è assai vicino al brutalismo, anche se Koenig preferisce parlare di «stringatismo», neologismo per indicare il minimalismo dei mezzi per dar forza a un'espressione articolata. Mi sembra che entrambe le etichette possono funzionare. In architettura ciò significa blocchi unitari, ma complessi, nei quali le funzioni sono tradotte in forma e poi fuse in un unico organismo. Forse questa è la peculiarità di Capobianco: dal razionalismo egli trae l'esigenza dell'unitarietà; dall'organicismo la necessità di assecondare la diversità, e il tutto a partire dalle singole e autonome funzioni richieste ».



LPP: Cosa ne pensa dell'architettura in Italia oggi ...

MC: Domanda alla quale è difficile rispondere se non si fanno riferimenti a personalità significative, soprattutto nella percezione di una diffusa opacità del presente. Negli anni della mia gioventù c'erano le architetture dei BBPR, di Ridolfi, di Gardella, di Sacripanti...: ed è solo qualche nome. Il quadro nazionale era stimolante, anche se non omogeneo, come non erano omogenee le singole personalità all'interno delle diverse aree culturali metropolitane, come oggi. Comunque l'identità di un progetto è sempre dietro la facciata: impianti e segni derivano da questa esperienza.





LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale farebbe costruire casa sua


MC: Quello dei miei figli, Francesca e Lorenzo, che al talento uniscono la sapienza degli affetti.




LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non lo fareste progettare…

MC: Per la mia casa eviterei certamente le star: ho troppi libri, amo l'ordine caotico.




LPP: Il nome di un edificio famoso che non vi piace affatto.


MC: Van Nelle-fabriken, Rotterdam, 1925-31, di Brinkman Johannes Andreas e Van der Vlugts Leendert Cornelius, recentemente dichiarato bene culturale.




LPP: Se la nominassero direttore del DARC quale sarebbe la prima iniziativa che farebbe?


MC: La promozione del Museo di Architettura Contemporanea a Napoli.



LPP: E se fosse preside di una facoltà di architettura con potere assoluto e un sostanzioso budget a disposizione cosa farebbe?


MC: Ritornerei all'origine!
Corsi-laboratori-progettuali per le discipline compositive!, da svolgersi nell'ambito della stessa Facoltà facendo ricorso alle tecnologie progettuali più avanzate. Correzioni-dibattiti con la partecipazione attiva degli stessi studenti, di storici e di critici. Tutto ciò in una struttura funzionale ove sia possibile creare le effettive condizioni di lavoro.




LPP: I concorsi di architettura. Così come sono fatti, sono una truffa, cosa si può fare?

MC: Non abolirei i concorsi di architettura. Bensì li farei giudicare nello stesso giorno da Commissioni diverse, ognuna nominata all'interno delle Facoltà di architettura esistenti in Italia!




LPP: La qualità media dei docenti delle università italiane non le sembra un pò bassa?

MC: Le università italiane sono come la «terza pagina» dei nostri giornali. Ospitano nuclei di cultura alta, ma rischiano di estraniarsi dalla realtà, esonerandosi dalla responsabilità dei processi di formazione e ricorrendo a pratiche di cooptazione, legate, nel migliore dei casi, a giochi di potere sterilmente accademici.
Quella facoltà peggiora? Come? Perché? In confronto a quali modelli? In conseguenza di quali fatti? A cominciare da quando? Senza rimedio? Queste ed altre, purtroppo, sono domande a cui non si può rispondere senza ripercorrere la storia delle nostre facoltà; ma una storia delle facoltà di architettura è ancora da scrivere, ancora da abbozzare.
Naturalmente giocano le differenze. E il divario tra Nord e Sud è unicamente affidato alla qualità e alla preparazione dei docenti.





LPP: Allora, l'università italiana...la consiglierebbe? E se si in quale città? E a Napoli?


MC: Si! A Napoli.





LPP: Gioco dell'aereo che precipita: De Seta, Gravagnuolo , Gambardella, De Fusco, Pica Ciamarra. Ne Può salvare uno? Chi sceglie. Rigioco dell'aereo, ha paracaduti per tutti tranne che per uno. A chi lo negherebbe?


MC: Salverei De Seta! È uno scrittore da «terza pagina» e il suo fantasma sarebbe ben più inquietante e pericoloso del "Convitato di Pietra". Il paracadute non lo negherei a nessuno. Le persone, se vogliono, hanno la capacità di autodistruggersi.





LPP: Mi metta in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti (Per cortesia non metta pari merito)


MC: Koolhaas, Purini, Eisenman, Piano, Herzog e de Meuron, Hadid, Gehry, Casamonti, Fuksas, Anselmi, Cellini, Coop Himmelb(l)au, Moss.




LPP: Saranno famosi: mi faccia tre nomi


MC: Previsione difficile, stante il perdurante complesso di Crono degli stati maggiori e minori della cultura italiana. Crono, com'è noto, divorava i suoi figli, anche i migliori.
Comunque in ordine di età, tre nomi fra i più giovani: Cherubino Gambardella, Silvio D'Ascia, Lorenzo Capobianco

gioco continuamente, ad ogni progetto. Faticoso ma necessario.



LPP: Un libro che consiglierebbe a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico

MC: Tre rivisitazioni:
Studente: Bruno Zevi, Saper vedere l'architettura, Einaudi, Torino 1945
Architetto: Giulio Carlo Argan, Progetto e destino, Il Saggiatore, Milano 1965
Critico: Sigfried Giedion, Space, Time and Architecture, Harvard University Press, Cambridge, Mass. USA, 1941 (tr. it. E. e M. Labò, Hoepli editore, Milano 1965).



LPP: Tre parole oggi importanti


MC: Sensibilità, visione, ricerca.








Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°17 del 2005

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi