channelbeta - canale d'informazione sull'architettura contemporanea

[5-2005]

channelbeta COPYFREE

info@b-e-t-a.net

Download PDF 73Kb

Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell'architettura e dell'arte. A sottoporsi alle domande è Marco Petreschi  architetto e direttore del corso di Laurea in arredamento e architettura degli interni a Valle Giulia.








LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…


MP: Un architetto che si è trasformato nel tempo in un docente universitario e che ormai non riesce più a dimenticare, quando fa l'architetto, di essere un docente universitario.




LPP: Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi ...

MP: Nonostante le apparenze ho molta fiducia, perché frequento in qualità di docente, tanti giovani, nei quali ripongo grandi speranze. Molti di loro, da poco laureati e non ancora noti lavorano seriamente, con passione, sperimentando nuove vie, specie attraverso i concorsi. Alcuni sono veramente preparati e, a mio avviso, possono perfino competere con le star internazionali. Chi li aiuta in ciò, oltre ai loro campi di indagine, è la capacità di manovrare quello strumento infernale, tanto vituperato dalla mia generazione, che è il computer, che, in mano loro, produce un lavoro che una volta, nei vecchi studi, nasceva solo attraverso la fatica di tanti. Quello che mi preoccupa invece è l'incapacità di dialogare che la maggior parte degli architetti ha sempre avuto con il potere politico, che ancora oggi, forse un po' meno sordo del passato alle questioni architettoniche, seguita ad usarle non tanto come esigenza sociale e culturale, quanto piuttosto come occasioni di "rappresentanza", se non addirittura di veicolo elettorale e di propaganda. Ritengo pertanto che, finché non sarà sciolto questo nodo, tante occasioni di ricerca, che potrebbero migliorare la qualità della vita delle nostre città, rimarranno nei cassetti dell'università e di qualche gruppo di avanguardia.


LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua...


MP: Cino Zucchi, a patto di dargli una mano, dato che si tratta di casa mia.



LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare...

MP: Zaha Hadid.


LPP: Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto...


MP: Maison Dom-ino perché, nonostante le sue buone intenzioni di partenza, ha fatto da scudo a tante architetture orripilanti e inconsapevolmente alla speculazione edilizia più bieca.


LPP: Un breve giudizio della tua esperienza come direttore del corso di Laurea in arredamento e architettura degli interni a Valle Giulia.


MP: Un'esperienza entusiasmante partita con alcuni convincimenti, primo fra tutti quello di ricondurre la disciplina dell'architettura degli interni e dell'arredamento, tanto vituperata in passato, all'interno dell'università, per ripescarla dalle nicchie non proprio esaltanti dove era stata ricacciata da certa ideologia culturale.
Inoltre dare la possibilità a tanti giovani (che non si possono permettere di affrontare otto/dieci anni di studio) di inserirsi con dignità nel mondo del lavoro. Magari senza tante illusioni eroiche, come quelle che erano state propinate a noi studenti tanto tempo fa.
Infine mi sembrava quello del CdL un luogo ove l'area della progettazione architettonica potesse trovare più spazio rispetto a quello ristretto in cui si era per sua colpa fatta relegare da altre discipline.
Consola la crescente richiesta di iscrizioni al corso e l'emulazione da parte di tante altre facoltà, che interpreto come apprezzamento del progetto culturale. Restano però ancora tanti interrogativi aperti, ai quali mi piacerebbe dare risposta. Per riflettere su quanto finora fatto, e celebrare i primi tre anni di questa cosiddetta laurea breve, abbiamo, con altri colleghi, allestito una mostra alla Casa dell'Architettura a Roma, dal titolo IN-side, che è anche il titolo della pubblicazione, edita da Idea Architecture Books, che raccoglie i prodotti e le attività del corso di laurea. Spero che qualcuno, visitando la mostra e leggendo il libro, possa fornirci suggerimenti per migliorare il nostro lavoro.



LPP: Cosa faresti se fossi il direttore del Darc?


MP: Indirei immediatamente un concorso internazionale di architettura per costruire un tunnel sotterraneo tra la mia Facoltà. la GNAM e l'Accademia Britannica, al fine di creare un cordone ombelicale che alimentasse e sensibilizzasse studenti e docenti al piacere dell'arte e alla pratica della lingua inglese. Entrambe carenze macroscopiche della nostrana formazione. In più questa costruzione sotterranea servirebbe da addizione agli spazi espositivi, in modo da non distruggere, "smozzicare" o aggiungere alcunché fuori terra. Infine farei di tutto per far promulgare leggi in soccorso dell'architettura, per far capire che proprio per la sua insita connotazione creativa, questa è un bene indispensabile e uno strumento di crescita e di benessere per la società.



LPP: E se ti facessero preside, con budget sostanzioso, di una facoltà di architettura?


MP: Farei né più né meno di quello che ho tentato di fare in qualità di Direttore del Corso di Laurea di Architettura degli Interni: aprire le finestre per far cambiare un po' d'aria accademica, stantia e provinciale. Ma in maniera decisamente più incisiva. Vale a dire, non mi limiterei a chiamare bravi progettisti e docenti da tutta Italia, ma anche dall'estero, sul modello delle facoltà americane, per trasformare, attraverso il confronto delle competenze esterne ed interne, la Facoltà in una fucina di eventi che si inseriscano nel dibattito internazionale della cultura architettonica. Chiamerei, pagandoli decorosamente, quei giovani meritevoli che si siano distinti per le loro capacità e per l'amore per l'architettura, la maggior parte dei quali, se si va a vedere, sono stati "bastonati" e cortesemente accompagnati alla porta dell'università. In tal modo cercherei di sanare in parte tante di quelle pecche commesse dalle facoltà che spesso sono tenute in ostaggio da vecchi presenzialisti autoreferenti dell'architettura, usi, sempre gli stessi, ad autoincensarsi e ad usare un sistema di scambio di competenze non proprio esemplare. Col chiamarsi uno con l'altro, sia nei convegni, che nelle giurie dei concorsi o nelle commissioni e perfino nelle bibliografie delle loro pubblicazioni. Insomma si è formato da tempo una sorta di gruppone compatto che si tiene stretto sottobraccio, non tanto per affetto, quanto perché ad ognuno non sfugga la mossa dell'altro. Esiste poi un esercito poco noto, che valorizzerei al massimo, che da sempre in silenzio tira la carretta per conferire dignità al proprio posto di lavoro e per portare avanti la didattica e la ricerca, che sono gli unici veri scopi, per i quali dovrebbe esistere l'università, e che invece da alcuni è usata come veicolo e trampolino di lancio per il proprio particulare, come direbbe Guicciardini. Obbligherei tutti i corsi di progettazione, attraverso workshop, per lo meno una volta, a svolgere temi relativi all'ampliamento, al restauro e all'arredo del proprio luogo di lavoro, nel caso specifico della Facoltà Valle Giulia, in modo che questa si trasformi in un vero e proprio laboratorio. Per premio i migliori, al fine di dare l'esempio di come si utilizzi o recuperi un edificio nel rispetto della sua storia e non a livello dilettantesco, lo dovrebbero realizzare, non solo con l'ausilio delle ditte appaltatrici, ma anche con il loro apporto, la loro partecipazione diretta, come del resto abbiamo fatto in piccolo per la mostra IN_side nell'Acquario Romano, di cui parlavo poco fa. Inoltre fonderei una rivista che consentisse di raccogliere tutte le sperimentazioni della scuola su temi affrontati sul territorio e sulla ricerca architettonica in atto. Creerei una biblioteca da far invidia a quelle delle università americane della Ivy League. E poi tante .... tante altre cose ancora ................



LPP: Il nome della tua rivista preferita e perché ...

MP: Architectural Record per la chiarezza del messaggio.


LPP: Non c'è critica ma solo storia (Tafuri). Sei d'accordo?

MP: Pur riconoscendo l'intelligenza e il peso che Tafuri ha avuto nella cultura architettonica italiana, seguito a ritenerlo un po' ostico per il mio carattere. Anzi penso che molti dei miei colleghi che tanto tempo fa provarono a seguirne le orme, si sono poi annullati in una sorta di disperato nihilismo. Inoltre, ogni volta che vedo il Pantheon, il Partenone, o il Padiglione di Barcellona, o la casa sulla cascata o una sedia Wassili penso che a questi manufatti poco importi se ci sia critica e non storia, o storia e non critica.



LPP: Bruno Zevi. Un giudizio sintetico sul personaggio...


MP: Uno dei pochi italiani noto a scala mondiale. L'unico che sia riuscito veramente a far comprendere, nello scorso secolo, a un'intera nazione, attraverso attribuzioni di valore del tutto particolari e spesso discutibili, che l'architettura non è un plusvalore o una questione di puro soddisfacimento estetico, bensì una strumento di democrazia, indispensabile quindi alla crescita culturale di una società. L'unico, infine, che abbia capito, prima di altri, l'importanza dei mass media per la nostra disciplina.



LPP: L'università italiana...la consiglieresti? E se si in quale città?


MP: Nonostante i suoi difetti, la consiglierei per la sua capacità di essere un supermercato della cultura ove ognuno, sapendolo cercare, può acquistare liberamente ciò che vuole. Se ti riferisci poi alle Scuole di Architettura, oltre a Valle Giulia, consiglierei Ferrara e Bovisa e qualche frequente capatina integrativa all'estero.


LPP: Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti, Culotta (per cortesia non mettere pari merito).


MP: Non mi piace fare graduatorie. Però, dato che gli italiani sono più penalizzati per le note difficoltà che incontrano nel realizzare opere d'architettura e quindi di sperimentare, li metterei per primi non fosse altro che per premiare il loro eroismo nel "condurre" in porto un'idea architettonica attraverso i vincoli e le leggi di cui sopra. Fanno eccezione Fuksas e Piano che, in un certo senso, vengono trattati da "stranieri" in patria e quindi più facilitati rispetto ai vari Anselmi, Culotta, Purini, Cellini e Casamonti.



LPP: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico...


MP: Uno solo a tutti e tre: Michelangelo Architetto, Einaudi, Torino 1964. Ha un solo difetto: costa troppo!


LPP: Saranno famosi: fammi tre nomi...

MP: Michele Molè, Giuseppe Pasquali, Dario Passi.



LPP: Tre parole oggi importanti


MP: Una democrazia da rendere più compiuta attraverso la professionalità e la meritocrazia, che nel nostro paese subiscono troppo il gioco e le regole dell'appartenenza.







Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°15 del 2005

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi