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[4-2005]

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Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell'architettura e dell'arte. A sottoporsi alle domande è Piero Ostilio Rossi, architetto, studioso dell'architettura contemporanea a Roma e , come scherzosamente si definisce, professore universitario melogranitico.





LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…


POS: Ho studiato al Mamiani, solida preparazione classica. Ho avuto vent'anni nel 1968, iscritto al primo anno. Mi sono laureato con una tesi in Storia dell'architettura e dell'urbanistica e di quell'imprinting non mi sono mai liberato. Ho lavorato per vent'anni con Carlo Melograni e i suoi assistenti (di allora) nello studio "P+R/Progetti e ricerche di architettura". Avevamo deciso di sperimentare nell'attività professionale quanto insegnavamo all'Università: credo che ci siamo riusciti abbastanza, anche se in una condizione di nicchia. Quattro o cinque anni fa ho deciso di costituire il QART, il Laboratorio per lo studio di Roma contemporanea, all'interno del Dipartimento di Progettazione architettonica e urbana anche per riprendere i fili di quell'esperienza. Ora sono io che lavoro con gli architetti con i quali collaboro nella didattica universitaria. E' più difficile, perché il mondo, sia quello accademico che quello professionale, è completamente cambiato. Io però ci provo.


LPP: Cosa ne pensa dell'architettura in Italia oggi…


POS: Temo che il problema non sia tanto la qualità della produzione architettonica, quanto della considerazione nella quale l'architettura è tenuta nel nostro Paese. Non possiamo fingere di ignorare che la produzione architettonica del mondo moderno - cioè della società industriale - è guardata con sospetto e, soprattutto in un Paese così ricco di testimonianze storiche come il nostro, è pregiudizialmente considerata come un'alterazione negativa, mai come un arricchimento del tessuto urbano o del paesaggio naturale. Considerando il livello della domanda sociale, e quindi delle occasioni che essa ha per manifestarsi, credo che l'architettura italiana abbia una sua vitalità. Quando viene realizzata, mi sembra però che soffra un po' dell'impatto con la realtà della vita.


LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua…


POS: Mi piacerebbe molto costruirmela da solo. Ma il gioco ha delle regole e capisco che devo dare l'incarico a qualcun altro. Telefono a Giancarlo De Carlo e chiedo se è disponibile.



LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua…


POS: Zaha Hadid. Ho ancora viva la sensazione di disagio fisico che ha lasciato in me la visita all'ex Stazione dei Vigili del Fuoco della Vitra a Weil am Rhein. Sono convinto che soprattutto negli spazi domestici la spazialità dell'angolo retto sia una condizione fisiologica dalla quale si può occasionalmente deviare, ma che non può essere programmaticamente contraddetta.



LPP: Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto...


POS: Scegli tu un qualunque pastiche postmoderno, preferibilmente di Ricardo Bofill o di Michael Graves.


LPP: Se ti nominassero direttore della DARC quale sarebbe la prima iniziativa che faresti?

POS: Mi darei da fare per risolvere il problema dell'isolato di piazza del Parlamento, quello per il quale fu bandito nel 1966 il concorso per i nuovi uffici della Camera dei Deputati. Nel cuore del centro antico di Roma e accanto al Parlamento della Repubblica, quell'area vuota e quel tessuto slabbrato incarnano ai miei occhi tutte le difficoltà e le contraddizioni che attraversano l'architettura italiana dagli anni del dopoguerra. Chissà, forse è arrivato il momento in cui una soluzione è possibile.


LPP: E se fossi preside di una Facoltà di Architettura con potere assoluto e un sostanzioso budget a disposizione cosa faresti?


POS: Prima di tutto cercherei di limitare il potere assoluto del Preside: preferisco il confronto e il lavoro di gruppo su obiettivi concreti e condivisi. Poi mi porrei l'obiettivo di riorganizzare la Facoltà secondo criteri che le permettessero di essere valutata e quindi accreditata a livello internazionale. Utilizzerei invece il denaro per fornire servizi di alta qualità agli studenti (laboratori sperimentali, soprattutto) e per integrare il corpo docente della Facoltà con docenti giovani, anche di altri paesi. Penso a professori che formino un gruppo ragionevolmente disomogeneo e disposto a dialogare, che abbia esperienza di progettazione e di cantiere e che si dedichi con entusiasmo all'insegnamento. Preferirei che non avessero più di quarant'anni. Mi sembra una generazione molto vitale che una politica dissennata sta tenendo lontano dall'università e dalla pratica del costruire.



LPP: I concorsi di architettura. Così come sono fatti, sono una truffa? Cosa si può fare?

POS: Confesso di provare qualche imbarazzo nel rispondere a questa domanda. Negli anni ho preso parte a molti concorsi di progettazione, mettendoci sempre grande impegno e passione e ottenendo risultati di cui sono abbastanza soddisfatto. Da qualche tempo però sono pieno di dubbi e mi accorgo che tendo più a sottrarmi che a propormi. Che gli amministratori di una città o i responsabili di una qualunque altra istituzione chiamino i progettisti a riflettere e quindi ad elaborare proposte su di uno specifico tema - specie se si tratta di un problema urbano e quindi di per sé molto complesso - è senza dubbio "cosa buona e giusta", chi potrebbe negarlo. Le mie perplessità sono diverse. Comincio a trovare ingiusto - penso anche ai meccanismi della Merloni - che gli architetti siano così frequentemente chiamati a misurarsi l'uno contro l'altro per conquistarsi la possibilità di lavorare. Che si faccia appello cioè ad una generosità che io credo non abbia riscontro in nessun altra categoria professionale per acquisire alla collettività idee e proposte la cui elaborazione richiede competenze, energie, investimenti in tempo e denaro sempre più alti. Ma te li immagini dei gruppi di avvocati (di dentisti, commercialisti, di medici…) che investono i loro soldi e si dedicano per settimane a studiare gratis il modo migliore per stendere un'arringa in difesa di un rapinatore in modo da ottenere in premio la possibilità di pronunciare quell'arringa in Tribunale? (In un'altra occasione, se vuoi, ti racconto le vicende del concorso bandito nel 1998 dal Comune di Venezia per la trasformazione in case a basso costo di un edificio del complesso industriale delle Conterie di Murano, dopo il quale ho deciso che era arrivato il momento di fare un passo indietro).



LPP: La qualità media dei docenti delle università italiane, non ti sembra un po' bassa?

POS: Sono d'accordo e credo che la proliferazione delle Facoltà di Architettura contribuisca ad accentuare il fenomeno; non vedo però come io possa considerarmi al di fuori di questo tuo giudizio. Sono convinto che le Facoltà italiane riescano comunque a formare progettisti con attitudini e sensibilità non inferiori a quella dei Paesi con i quali tradizionalmente ci confrontiamo. Questo, considerando la fascia qualitativamente più alta dei nostri laureati. Trovo invece poco soddisfacente la preparazione di quelli di livello medio, che sono naturalmente la maggioranza. Credo che sia il nostro limite più evidente.



LPP: Allora, l'università italiana...la consiglieresti? E se si in quale città?

POS: Penso che sia di grande importanza studiare in una città che sia essa stessa un testo di architettura, un testo da analizzare e consultare come si fa con un libro. Lo studente deve imparare a guardare la realtà dell'ambiente fisico con gli occhi del progettista: per conoscere, imparare, ma anche misurare, memorizzare, scegliere e scartare. In questo senso studiare a Roma è condizione di assoluto privilegio.


LPP: Gioco dell'aereo che precipita: Barbera, Terranova, Muratore, Portoghesi, Nicolini. Ne puoi salvare uno. Chi scegli? Rigioco dell'aereo, hai paracadute per tutti tranne che per uno. A chi lo negheresti?

POS: Il problema non si pone. Sono certo che Barbera e Portoghesi riuscirebbero comunque a prendere i comandi e insieme riporterebbero, sia pur con qualche sobbalzo, l'aereo a terra. Nicolini e Terranova sarebbero molto tesi ma non perderebbero il loro sorriso distaccato e un po' beffardo. Giorgio Muratore avrebbe qualche difficoltà, forse riterrebbe l'incidente un complotto contro di lui. A qualche metro da terra si lancerebbe nel vuoto. Tranquilli, si salva. L'ha detto lui che ha imparato a volare. Il paracadute lo negherei a Renato Nicolini. Sarebbe quello che la prenderebbe con più stile: mi piacerebbe ascoltare la sua battuta finale.



LPP: Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti. (per cortesia non mettere pari merito)


POS: Sono molto diversi tra loro e faccio un po' di fatica a confrontarli. Sarebbe ingeneroso usare per Casamonti lo stesso metro usato per Gehry, meglio aspettare ancora qualche anno. Moss lo frequento poco, Il Teatro Marijnsky, mi incute curiosità e sospetto nello stesso tempo, ma non amo farmi incantare dalle immagini virtuali. Aspetto.
Gli altri li dividerei in due gruppi: quelli che considero più distanti e quelli che sento più vicini. Col tempo ho comunque imparato ad apprezzare quanto c'è di interessante anche nelle posizioni che mi sono meno congeniali: neque ridere, neque flere, nec detestari, sed intelligere.
Nel primo gruppo metterei al primo posto Coop Himmelb(l)au, le loro architetture hanno sempre qualcosa di eccessivo che non mi lascia indifferente. Poi, nell'ordine, Koolhaas, Gehry, Hadid, e, buon ultimo, Eisenman. Le preferenze all'interno del secondo gruppo sono più difficili e sfumate però metterei Renzo Piano al primo posto, poi Cellini, Herzog e De Meuron, Anselmi e Purini. Per quanto riguarda Fuksas, attendo la realizzazione del Centro Congressi Italia all'EUR (ero nella commissione giudicatrice), poi te lo dico.



LPP: Sei nel comitato scientifico della Casa dell'Architettura di Roma. Cosa ne pensi di questa istituzione? Quali programmi vorresti veder realizzati?


POS: Mi piacerebbe che l'Acquario Romano diventasse davvero una "casa", cioè un punto di riferimento - anche internazionale - per coloro che hanno interesse per la nostra disciplina e per la sua capacità di dare forma alle aspirazioni della società. Nei prossimi anni dovrà però conquistarsi il suo credito sul campo e il lavoro sarà duro. Mi piacerebbe che al centro dei suoi programmi ci fossero i problemi di tutti e non solo quelli che noi architetti tendiamo a creare. Privilegerei quattro argomenti:
-il ruolo prettamente civile delle discipline progettuali, con particolare riguardo al loro rapporto con la costruzione, la trasformazione e la gestione della città (e quindi esperienze, argomenti e riflessioni di architettura piuttosto che provocazioni, immagini spettacolari e passerelle di superstar)
-l'architettura analizzata nel suo farsi e sezionata nella sua complessità (e quindi cercare di rendere meno arcani i diversi aspetti di una disciplina che è per sua natura utile, rappresentativa e simbolica)
-gli strumenti critici per cogliere la qualità dell'architettura non solo nell'eccezionalità delle grandi opere ma anche nella serialità dei tessuti urbani (e quindi concorrere a definire criteri ed elementi di giudizio accessibili ad un pubblico vasto)
-l'importanza di parlare all'insieme dei cittadini piuttosto che al circolo degli addetti ai lavori (e quindi sperimentare tecniche di comunicazione innovative e linguaggi diretti e comprensibili).



LPP: Melograniano o, come vorrebbero alcuni, Melogranitico? Vogliamo dire due o tre parole dell'importante ruolo di Carlo Melograni nell'università romana?

POS: Melogranitico, senza dubbio. E' una battuta fulminante di Igino Pineschi di una ventina d'anni fa: uscivamo insieme dall'Aula Magna di Valle Giulia: Carlo Melograni, Marta Calzolaretti, Andrea Vidotto, Paolo Meluzzi, Ranieri Valli ed io. "Un gruppo davvero melogranitico!". Da allora l'aggettivo ci è rimasto appiccicato addosso. Forse a me più che agli altri. In fondo non mi dispiace perché mi sembra che trasmetta il senso di una posizione discutibile ma rigorosa (talvolta, lo so, un po' rigida…). Ma forse m'illudo.
Il ruolo dell'insegnamento di Carlo nell'Università? "La strategia del canto fermo" (prendo a prestito il titolo di un articolo su Alfredo Lambertucci, un altro architetto a cui ho voluto molto bene). Una strategia nella quale confluiscono: senso della misura, ricerca ostinata di quanto c'è di collettivo e di trasmissibile nel progetto di architettura, rifiuto di ogni autoreferenzialità nella nostra disciplina, distanza dalle mode. Il tutto condito da una dose forse un po' eccessiva di austerità.



LPP: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico

POS: Allo studente: Lezioni di architettura di Herman Hertzberger; all'architetto: Principi architettonici dell'età dell'umanesimo di Rudolph Wittkover, al critico: Storia dell'architettura moderna di Kenneth Frampton.



LPP: Tre parole oggi importanti


POS: L'architettura con la a minuscola. Se elimini articoli e preposizioni, sono tre parole.







Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°11 del 2005

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi