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A sottoporsi alle domande è Francesco Garofalo architetto, critico e professore universitario a Pescara in una intervista con molte interessanti rivelazioni.
LPP: Una auto-presentazione in quattro righe...
FG: Sono un architetto di 48 anni, ma come progettista ne dimostro ahimè circa 35. Come "intellettuale" arrivo sì e no ai 40, e solo come docente mi avvicino alla mia età anagrafica. In altri termini, ho realizzato solo quattro progetti e mezzo, ho pubblicato alcuni libri, e insegno dall'anno in cui mi sono laureato, il 1984.
LPP: Cosa ne pensi dell' architettura in Italia oggi ...
FG: L'architettura italiana è come il cinema italiano: ha una grande tradizione, anche recente, ma al momento non vende, non affascina il pubblico globale, non si proietta nei multisala dei centri commerciali. Ci sono delle eccezioni, Roberto Benigni come Renzo Piano: due artisti un po' spompati che hanno dato il meglio prima di diventare tanto popolari in America. In entrambi i campi abbiamo i nostri classici, come Federico Fellini e Carlo Scarpa, di cui potete aspettarvi una retrospettiva al MoMA. La questione strategica è come separare il declino materiale e culturale del paese dalle possibili fortune di almeno una parte dell'architettura. Una ipotesi è rendere una parte della produzione architettonica indifferente al declino, oppure rendere il declino interessante dal punto di vista estetico (come in certi momenti sembra proporre Stefano Boeri). In entrambi i casi ci vuole un'architettura non troppo ricca, complicata, e dipendente da sistemi sofisticati, che in un paese arretrato rischierebbe di essere la parodia di quella dei paesi di punta. La seconda sfida per questa architettura, una volta smesso di giustificarla, ed emancipata dal contesto soffocante, è trovargli un ethos. Questo problema è difficile da risolvere: sarebbe più facile enumerare le cose su cui non possiamo più contare, ad esempio una certa idea consolatoria e protezionistica dell'urbano o del regionalismo. Ci vorrebbe un'architettura che sta lì e riverbera le condizioni intricate della realtà senza appiattirsi a commentarle, ma senza neppure snobbarle; un'architettura che... chi se ne frega della rivoluzione digitale, ma che faccia capire come, a causa di essa, la vita stia modificando il rapporto con lo spazio, magari evitando di darne una rappresentazione comica fatta di led e blob. Metto all'ultimo punto un rapporto sano e smaliziato con il moderno italiano, perché ci vuole, anche se non è risolutivo. Del resto, se avessi una ricetta sicura avrei già ottenuto dei risultati migliori, ma credo che occorra - per cominciare - la capacità di distinguere, tra tante ricerche, quelle che si muovono nella direzione giusta.
LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua…
FG: Insomma dovrei indicare un architetto che mi piace, anche se ovviamente non ci penserei nemmeno a fargli progettare casa mia; oppure qualcuno così diverso da me da farmi venire voglia di correre un rischio. Rinunciando a scegliere tra i romani, nel primo caso direi Francesco Venezia, nel secondo Italo Rota.
LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua
FG: Insomma un architetto che proprio non mi piace? Daniel Libeskind. Da un po' di tempo si agita in modo scomposto in una attività professionale grossolana quanto ideologicamente ricattatoria. Per di più si è fatto sistemare la casa a New York da uno dei peggiori arredatori post-moderni in circolazione, Alex Gorlin.
LPP: Se ti nominassero direttore della DARC quale sarebbe la prima iniziativa che faresti?
FG: Proporrei la demolizione del Padiglione Italia della Biennale (eventualmente spostando altrove la cupola di Chini). Non vuole essere un gesto provocatorio o simbolico, ma solo la premessa per sostituirgli un edificio più piccolo, più bello e adatto a funzionare come padiglione italiano. Stanzierei una cifra relativamente modesta, diciamo dieci milioni di euro, in opposizione al gigantismo imperante. Il baricentro delle Biennali, Il grande affresco del curatore si è spostato ormai all'Arsenale e non credo che tornerà indietro. Dopo di che nominerei il commissario del nuovo padiglione italiano, togliendomi la soddisfazione di sceglierne uno all'anno, alternando arti visive e architettura.
LPP: E se fossi preside di una facoltà di architettura con potere assoluto e un sostanzioso budget a disposizione cosa faresti?
FG: Cioè se fossi il preside di una facoltà che non si trova in Italia? Cercherei di fare come i bravi presidi: trovare un equilibrio fra l'esigenza di dare una fisionomia alla scuola, e di coinvolgere personalità diverse e divergenti. Cercherei di farmi i conti in tasca per garantire il ricambio, ma permettere comunque ad alcune figure di legare la propria carriera didattica alla facoltà. Ma tutto questo è troppo facile a parole; e figuriamoci se possiamo addentrarci in un problema complicato come quello delle facoltà italiane. Però possiamo evitare di ripetere cose mezzo scontate e mezzo inesatte, tipo che la qualità dei docenti è bassa (domanda che ho cancellato dall'intervista). Un limite della discussione dentro le facoltà di architettura è piuttosto la scarsa comprensione di essere un pezzo del sistema universitario nazionale, accompagnata dalla presunzione di essere una cosa a parte, con il proprio universo disciplinare. Si passa il tempo soprattutto a discutere di ordinamenti didattici, forse perché l'università italiana spende quasi tutto il proprio budget per gli stipendi dei professori. E' questo l'effetto di una forma perversa di autonomia in cui la classe docente non si assume i rischi delle proprie scelte. La ricerca e l'edilizia universitaria nel nostro paese sono sottofinanziate, ma il funzionamento delle facoltà non lo è; la spesa media per laureato è più alta che in Inghilterra. L'altra grande questione è la fuga reciproca degli studenti e dei docenti dalle responsabilità individuali. Nelle nostre facoltà ognuno fa quello che gli pare, o poco ci manca. La vera differenza con altre parti del mondo non sono i soldi, ma la circostanza che altrove gli studenti e i professori si conoscono, e se uno non si fa vedere per una settimana, qualcuno si domanda che fine ha fatto. Le famiglie italiane che coccolano i fuori corso e i professori che li fabbricano non si rendono conto di pagare un prezzo sociale enorme. L'università è, infatti, ancora oggi in larga misura finanziata dalle classi meno abbienti a vantaggio di quelle benestanti (bibliografia disponibile a richiesta).
LPP: Allora, l'università italiana...la consiglieresti? E se si in quale città?
FG: Non vorrei essere frainteso, piccoli nuclei di eccellenza esistono in quasi tutte le facoltà di architettura italiane.
LPP: I concorsi di architettura. Così come sono fatti, sono una truffa? Cosa si può fare?
FG: Nonostante il trionfalismo del Consiglio Nazionale degli Architetti, i concorsi in Italia restano pochi, e pochissimi sono quelli basati su una prospettiva realistica di realizzazione. Le amministrazioni che hanno i soldi e l'urgenza preferiscono le gare per l'affidamento degli incarichi. E' mancata una fase di sperimentazione guidata che permettesse l'insediamento di una routine, di una fisiologia, lo sviluppo delle professionalità dei consulenti. Non si è scelto con chiarezza né il modello francese, né quello tedesco e nemmeno quello liberista anglosassone, in fondo tutt'altro che disprezzabile e meno costoso. Complice la mediocrità del compromesso contenuto nella Merloni, sta emergendo una notevole confusione tra gare e concorsi, in cui le due procedure si scambiano i difetti. Ma in fondo nessuno conosce davvero la situazione. Il tanto temuto "Osservatorio" del Ministero dei Lavori Pubblici pare non abbia tempo di raccogliere i dati. A proposito, qualcuno mi può segnalare un solo concorso bandito da questo Ministero?
LPP: Gioco dell'aereo che precipita: Ciorra, Boeri, Portoghesi, Nicolini, Ciucci. Ne puoi salvare uno. Chi scegli? Rigioco dell'aereo, hai paracaduti per tutti tranne che per uno. A chi lo negheresti?
FG: Il paracadute lo do a Pippo Ciorra, e non solo perché è il più amico mio. Ma poi mi domando, è il caso di far schiantare gli altri? Sono un po' affezionato anche a loro, nonostante Nicolini e Portoghesi mi abbiano amareggiato per la polemica contro l'ampliamento della Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Portoghesi è stato in passato un grande operatore culturale, dalla mostra dell'Aquila alla Biennale, passando per Controspazio. Stefano Boeri ha aperto un fronte di ricerca, ma ha saputo anche popolarizzarla con abilità non comune. Chi, come lui, "buca" i media senza involgarirsi è davvero bravo. Da Renato Nicolini e Giorgio Ciucci ho imparato tanto sull'architettura italiana, e il primo è stato per me anche un role model politico fino a un certo punto, quando sono diventato adulto e mi sono scelto Michele Salvati.
LPP: Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti. (per cortesia non mettere pari merito).
FG: Che guazzabuglio! E poi, con tutta l'amicizia, che c'entra Marco Casamonti? Ti propongo una tassonomia. Alcuni di loro hanno un talento condizionato da una inclinazione speculativa che li sostiene, ma inibisce la fisicità delle loro opere (Eisenman, Purini). Altri possiedono in varia misura un talento più istintivo, che tradizionalmente attribuiamo all'architetto (Anselmi, Cellini, Herzog e de Meuron, Gehry, Piano). Zaha Hadid il talento ce l'ha, ma ad onta dei cantieri è ancora impigliata nel disegno. Coop Himmelb(l)au, Fuksas e Moss di talento ne hanno di meno. Rem Koolhaas ha escogitato un trucco per sottrarsi alla tassonomia spostandosi di continuo da un gruppo all'altro.
LPP: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico.
FG: Lo stesso per tutti: gli scritti di Ignasi de Solà Morales. Non solo l'antologia più o meno postuma, ma i saggi apparsi nelle riviste nel corso degli anni. Non sono invecchiati e non stanno invecchiando.
LPP: Tre parole oggi importanti…
FG: Nooo, le tre parole nooo!
Intervista a cura di
Luigi Prestinenza Puglisi
Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°9 del 2005
Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design
a cura di Luigi Prestinenza Puglisi
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