|
A sottoporsi alle domande è Franco
Purini un personaggio la cui linea culturale è certamente diversa
da quella di presS/Tletter ma di cui non si può non apprezzare
la sincerità, il coraggio e la passione per il confronto, anche
duro, delle idee.
LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…
FP: Ho compiuto da poco sessantatre anni ma penso che il meglio debba ancora venire. Nella mia attività di progettista e di docente mi è sempre piaciuto mettermi nelle situazioni più difficili perché il rischio mi diverte. I miei interessi sono di natura principalmente teorica e passano per la porta stretta del "puro comporre", anche se i risultati di questo impegno, che i più reputano astratto, rimangono molto spesso nell'ambito del solo disegno. Nonostante questa mia inclinazione naturale amo molto anche il costruire, ma a condizione che sia a servizio di un'idea. Sono convinto che l'architettura nasca dalla parola e che, se è valida, produce altra scrittura. Ho capito che nella vita non si vince né si perde. Si vive soltanto, e per vivere bene bisogna fare le cose che ci corrispondono in pieno. Il mio motto è: "Ciò che so fare non devo farlo". Devo moltissimo a Laura Thermes.
LPP: Cosa ne pensa dell'architettura in Italia oggi…
FP: Penso che l'architettura in Italia viva oggi un momento particolarmente vitale. Molti progettisti stranieri, alcuni bravi, altri un po' meno, stanno portando elementi nuovi e ciò non può che influenzare positivamente i nostri architetti i quali, però, devono essere messi in grado di agire in condizioni operative migliori e in una situazione strutturale meno precaria. Senza dimenticare che sono veramente tanti, probabilmente troppi. A proposito della nostra cultura progettuale bisogna inoltre ricordarsi che l'architettura moderna non è stata inventata qui ma "importata" da fuori. La nostra è un'"architettura di trasformazione" che si basa sul valore aggiunto della forma. Noi prendiamo dai mercati esteri "materia prima architettonica" e la sottoponiamo a un difficile lavoro di affinamento tematico e di sublimazione linguistica che la rende più precisa e più rara, nonché più consapevole dei suoi stessi contenuti. Libera, Terragni, Ridolfi, Scarpa, Gardella, Pellegrin, Sacripanti hanno creato opere memorabili trasformando in elaborazioni originali elementi prelevati dai contesti disciplinari diversi e lontani. Oggi questo processo, che fa sì che l'architettura italiana possieda un'identità ibrida e metamorfica, pur se estremamente riconoscibile, si è fatto più lento e complicato. Il problema è che da noi si sperimenta poco, c'è una profonda diffidenza verso l'innovazione, sia essa tipologica, figurativa o tecnologica. È su questo piano che occorrerebbe prima di tutto intervenire.
LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale farebbe costruire casa sua…
FP: Giancarlo De Carlo
LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non farebbe costruire casa sua…
FP: Steven Holl
LPP: Il nome di un edificio famoso che non le piace affatto.
FP: Il retorico e stonato Reichstag rifatto da Forster
LPP: Se la nominassero direttore del DARC quale sarebbe la prima iniziativa che farebbe?
FP: La prima iniziativa che prenderei sarebbe quella di salvare veramente l'Ala Cosenza della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, invece di conservare simbolicamente un frammento testimoniale, classica soluzione di compromesso all'italiana che si è recentemente prefigurata. Per questo affiderei a Roger Diener un nuovo incarico. Continuare a far vivere quell'architettura, che rappresenta un momento particolarmente significativo, nel bene e nel male, dell'architettura italiana, sarebbe un gesto di grande portata culturale perché affermerebbe il principio rogersiano di una "continua discontinuità" e, viceversa, di una "discontinua continuità" con ciò da cui proveniamo. Contemporaneamente riscriverei il testo della proposta di legge sulla qualità dell'architettura, che presenta vistose carenze.
LPP: E se fosse preside di una facoltà di architettura con potere assoluto e un sostanzioso budget a disposizione cosa farebbe?
FP: Se fossi preside di una facoltà di architettura con un potere incontrastato e con ampie risorse farei tre cose. La prima è la creazione di laboratori per il digitale dotati degli strumenti più avanzati, dove verificare in che modo il mondo virtuale può migliorare quello reale. La seconda è l'organizzazione di workshop progettuali con i migliori architetti italiani e stranieri su temi teorici e su occasioni concrete. La terza cosa che farei è chiamare a insegnare i giovani più promettenti pagandoli come si deve, mettendoli in condizione di fare seriamente ricerca, e facendoli competere tra di loro e con il resto del mondo. In una parola farei di una facoltà di architettura una sorta di spazio pubblico molto attrezzato, fortemente interattivo, totalmente aperto a ogni "attraversamento".
LPP: I concorsi di architettura. Così come sono fatti, sono una truffa? Cosa si può fare?
FP: I concorsi, di cui comunque non va mitizzato il ruolo, non sono una truffa ma spesso la loro gestione non è delle più trasparenti. Rimedi perché si svolgano in modo più corretto si possono sicuramente trovare, a partire da tre fattori, ovvero la precisione e la comprensibilità dei bandi, molto spesso pletorici, fuorvianti e contraddittori; la composizione delle giurie, quasi sempre discutibili per il ciclico incrocio tra membri di commissione e concorrenti; il rispetto delle richieste del bando, puntualmente disattese, al punto che ormai le proposte vincitrici sono quasi sempre altrettanti "controconcorsi".
LPP: La qualità media dei docenti delle università italiane, non le sembra un po' bassa?
FP: Direi che la qualità media è proprio "media", ma per fortuna molti docenti ne sono al di sopra, con punte di vera eccellenza. Il problema è semmai la diffusa demotivazione di parecchi di questi potenziali "maestri", dovuta alle difficoltà strutturali in cui versano le nostre scuole.
LPP: Allora, l'università italiana… la consiglierebbe? E se si in quale città?
FP: Sì, la consiglierei, con l'avvertenza di frequentarla esigendo molto dalle sue strutture e dai suoi docenti. Soprattutto occorrerebbe che gli studenti convincessero e al limite "obbligassero" chi insegna a fare a meno delle convenzioni consolidate e ad aprirsi maggiormente alle novità e all'imprevisto. E anche alle mode. Come indicazione direi Roma, naturalmente, soprattutto la Facoltà di Architettura "Valle Giulia", una delle poche scuole che non si sia dissolta in quella ambigua tematica dell'"ambiente" che ne ha fortemente insidiato molte, prima fra tutte la "Ludovico Quaroni". Aggiungerò una mia speranza, che per quanto mi riguarda è anche un progetto sul quale lavorare: dobbiamo far sì che nelle nostre aule tornino molti studenti stranieri, a raccontare di "altre voci e altre stanze".
LPP: Gioco dell'aereo che precipita: Dal Co, Ciucci, Muratore, Portoghesi, Nicolini, Gregotti. Ne può salvare uno. Chi sceglie? Rigioco dall'aereo, ha paracaduti tranne che per uno. A chi lo negherebbe?
FP: Salverei Gregotti con grande dispiacere per Portoghesi, il quale ha comunque ottime probabilità di sopravvivere all'impatto. Il paracadute lo negherei a Giorgio Ciucci, perché non ama gli architetti viventi.
LPP: Mi metta in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti. (per cortesia non mettere pari merito)
Eisenman, Cellini, Anselmi, Koolhaas, Gehry, Purini, Casamonti, Hadid, Fuksas, Piano, Herzog e de Meuron, Moss, Coop Himmelb(l)au.
LPP: Saranno famosi: mi faccia tre nomi
FP: Maria Claudia Clemente, Franco Puccetti, Francesco Menegatti
LPP: Dal futurismo ai futuri possibili, non le sembra dire che tutto va bene?
FP: Intanto la mostra che Lei cita implicitamente si chiama "Dal Futurismo al futuro possibile nell'architettura italiana", cosa un po' diversa dai "futuri". Non mi sembra che questo titolo significhi che tutto va bene. Esso vuole semplicemente ricordare che l'architettura è per definizione un'arte positiva che evolve verso soluzioni concrete, intrinsecamente "progressive". Come Wolf, di "Pulp fiction", essa "risolve problemi".
LPP: Un libro che consiglierebbe a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico
FP: Allo studente "Il territorio dell'architettura" di Gregotti; all'architetto "Mirrorshades" di Bruce Sterling, al critico "Saper vedere l'architettura" di Bruno Zevi.
LPP: Tre parole oggi importanti
FP: Importanti oggi come sempre: libertà, ragione, passione.
Intervista a cura di
Luigi Prestinenza Puglisi
Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°5 del 2005
Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design
a cura di Luigi Prestinenza Puglisi
|