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A sottoporsi alle domande sono Flavio Bruna e Paolo Mellano. I due, all'unisono, manifestano avversione per l'architettura della Hadid e ammirazione per Herzog & de Meuron. Inoltre - non emerge nell'intervista ma lo ho scoperto durante un piacevole incontro a Mondovì dove avevano contribuito a organizzare una mostra sull'artista - li accomuna la passione per l'artista Hartung.
LPP: Una auto-presentazione in quattro righe…
Siamo nati a Cuneo nel 1963 e ci siamo laureati a Torino nel 1988, Flavio con Gabetti e Paolo con Isola. Nel 1989 abbiamo aperto lo studio a Cuneo, "ridente e possente cittadina ai piedi della Alpi". (questo puoi anche non pubblicarlo)
Flavio: Architetto, libero professionista, amo l'architettura e il paesaggio; sono curioso, ho voglia di capire che cosa sta dietro le cose (…e le case); lavoro con Paolo da circa vent'anni e da oltre quindici con Gabetti e Isola. Saltuariamente, ma con piacere, faccio attività didattica a contratto.
Paolo: Sono un docente universitario che fa anche la professione, e me ne vanto, poiché ritengo che questa condizione sia necessaria e imprescindibile per la didattica del progetto. Penso che l'Architettura sia soprattutto un mestiere (piuttosto che un'arte), e debba essere praticata con lo scopo di far vivere meglio le persone.
LPP: Cosa ne pensate dell'architettura in Italia oggi
Flavio: Un'analisi seria dell'architettura italiana oggi richiederebbe ragionamenti complessi sulla base di parametri e dati oggettivi. Certamente penso che ci siano buone potenzialità tra le generazioni più giovani, ma non ci sia supporto sufficiente a livello di amministrazioni ed organizzazioni. Mancano ancora programmi di valorizzazione dell'Architettura che abbiano visioni più alte e lungimiranti. Tuttavia alcuni segnali recenti mi rendono ottimista e fiducioso per il futuro.
Paolo: La questione dell'architettura italiana oggi meriterebbe uno spazio più ampio di una semplice battuta. Si può dire innanzi tutto che, finalmente, si ritorna a parlarne, anche se non è ancora diventata un argomento "cult": ecco penso che l'architettura italiana non abbia ancora assunto, nell'immaginario collettivo, il ruolo che le compete. In ogni caso oggi in Italia ci sono tanti architetti che stanno facendo buona architettura; purtroppo la percentuale di volume costruito da questi bravi architetti è ancora troppo esigua e quindi, nei nostri paesaggi ancora non si nota. Credo anche che la committenza pubblica dovrebbe prestare più attenzione all'architettura italiana, lasciando da parte l'esterofilia che ha caratterizzato l'assegnazione dei grandi incarichi di questi ultimi anni.
LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale fareste costruire casa vostra…
Flavio: Il Renzo Piano di oggi.
Paolo: Sarebbe troppo facile e scontato risponderti Aimaro Isola. E allora ti faccio il nome di due giovani amici veneziani, che a mio parere lavorano molto bene, e con i quali penso di avere molte affinità di pensiero: Carlo Cappai e M. Alessandra Segantini (C+S Associati).
LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non fareste costruire casa vostra…
Flavio e Paolo, in coro: Sicuramente Zaha Hadid.
LPP: Un'opera famosa di architettura che non vi dispiacerebbe affatto veder abbattuta...
Flavio: Il cementoso Palazzo di Giustizia di Savona, di Leonardo Ricci.
Paolo: Il Centro direzionale di Kenzo Tange a Napoli.
LPP: Cosa pensate dell'Università in Italia? E dell'università di Torino?
Flavio: Non vorrei generalizzare, poiché l'Università è fatta di persone: molti professori però fanno una carriera "da oratorio", e spesso vanno avanti anche senza particolari meriti. E Torino, per quanto di mia conoscenza, conferma questa ipotesi ampiamente. Ritengo che una quota parte del corpo docente universitario dovrebbe essere a contratto, valutata ed inserita per le competenze specifiche nel campo disciplinare, un po' come accade nei Paesi anglosassoni.
Paolo: Anche sull'Università italiana ci sarebbero molte cose da dire. In generale credo che nelle scuole di architettura in Italia si faccia troppa teoria, spezzettata in un numero esagerato di esami, e poco progetto. Io insegno a Mondovì, che fa parte della II Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, e quindi conosco quella realtà: là si lavora piuttosto bene, c'è un gruppo abbastanza affiatato di docenti, almeno nell'area progettuale, ed un numero contenuto di studenti (circa 400) che si laureano con regolarità e spesso poi riescono anche a lavorare. Certo, appena si sconfina al di là delle Alpi ci si accorge che le nostre Università hanno ancora tanta strada da fare, soprattutto proprio nell'organizzazione dei piani di studio, nel loro coordinamento, e nell'integrazione delle diverse discipline con il progetto.
LPP: Cosa pensate dei lavori per le olimpiadi invernali a Torino? Dal punto di vista dell'architettura, questa città dorme o si sta risvegliando?
Flavio: Probabilmente qualcosa si è svegliato: ho purtroppo la sensazione di una gestione affrettata che ha prodotto una sommatoria di singole opere slegate tra loro (qualcuna probabilmente anche di valore…) e non un programma unitario di rinnovamento urbano… Non certo un caso come Barcellona…ahimè anche questa è andata!
Paolo: Non vorrei gettare benzina sul fuoco e aggiungere polemica alle polemiche di questi giorni. Credo che Torino abbia perso un'occasione importante: se guardiamo cosa hanno significato le Olimpiadi per altre città europee (Barcellona su tutte) penso che l'operazione non sia stata gestita nel migliore dei modi. O forse avrebbe potuto essere condotta meglio: un esempio su tutti, il Palazzo a Vela stravolto, per non dire violentato da Gae Aulenti. Dal punto di vista dell'architettura Torino è in gran fermento: ci sono cantieri dappertutto e quindi non si può dire che stia dormendo. Purtroppo però, di architettura con la A maiuscola se ne vede ancora poca, anche se credo che a Torino ci siano tanti architetti bravi (e giovani): ma i grandi cantieri non sono opera loro.
LPP: Una lettura che consigliereste a un architetto, una che consigliereste a uno studente e, infine, una che consigliereste a un critico…
Flavio: Per un architetto proporrei un buon volume di Storia dell'Architettura (ma penso anche che dovrebbe già averlo letto…) ed allora consiglierei Natura ed architettura di Paolo Portoghesi; qualche ottimo spunto ne uscirà. Ad uno studente L'architettura della citta' di Aldo Rossi che rappresenta un contributo importante per la teoria dell'Architettura, che non può mancare nella formazione di un giovane architetto. Per il critico Imparare l'architettura di Roberto Gabetti, perché imparare vuol anche dire conoscere e la conoscenza è indispensabile per la critica.
Paolo: Ad un architetto consiglierei Il condominio di J. Ballard; ad uno studente suggerirei Paul Ricoeur, Tempo e racconto, ed. Jaca book, Milano 1986: è un testo che ha più di vent'anni (l'edizione originale è del 1983), e da studente mi aveva intrigato molto con quella sua lettura del progetto come narrazione; ad un critico invece proporrei quello che considero il saggio critico per eccellenza: la Storia dell'Architettura Italiana 1944-1985 di Manfredo Tafuri; credo che ancora oggi sia la lettura più lucida ed incisiva di quel periodo storico.
LPP: Gioco dell'aereo che precipita: Dal Co, Ciucci, Boeri, Gregotti, Olmo. Ne potete salvare uno. Chi scegliete? Rigioco dell'aereo, avete paracaduti per tutti tranne che per uno. A chi lo neghereste?
Flavio: Salvo Gregotti perché è più anziano… e forse può fare meno danni. Negherei il paracadute a Boeri, perché è il più giovane… e potrebbe fare più danni.
Paolo: Se devo salvarne uno solo, oggi forse preferirei Giorgio Ciucci, in quanto mi ricorda l'Accademia di San Luca, e quindi il più importante riconoscimento che abbiamo ricevuto in questi anni, anche se in generale dalla critica siamo sempre stati trattati bene e quindi non abbiamo risentimenti verso nessuno. Se invece devo scegliere chi far cadere per gioco dall'aereo, allora forse opterei per Carlo Olmo, in quanto sono sicuro che uno come lui, laureato in lettere e capace di farsi eleggere prima Preside di una Facoltà di Architettura e poi City Architect, sarebbe anche capace di salvarsi in questa occasione.
LPP: Avete fiducia nei concorsi di architettura in Italia? Ne fate?
Flavio: Non ho più molta fiducia nei concorsi; troppo spesso nascondono solo operazioni di comunicazione e di immagine, sovente in Italia sono privi di coperture economiche e non conducono alla realizzazione delle opere e neppure ad un dibattito costruttivo. Un nuovo concorso è comunque sempre una tentazione, ma riusciamo a farne molti meno.
Paolo: Purtroppo non riusciamo più a partecipare a tanti concorsi, come facevamo appena laureati. Dico purtroppo perché gli ultimi che abbiamo fatto li abbiamo vinti. Credo però che in Italia l'istituto del concorso non sia ancora stato sfruttato al meglio, per garantire la qualità dell'opera.
LPP: Mettetemi in ordine di preferenza decrescente i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Moneo, Monestiroli, Grassi, Rossi, Ando ( si prega di non metterli, per quanto possibile, a pari merito)…
Flavio: Herzog e de Meuron, Piano, Moneo, Rossi, Coop Rimmelb(l)au, Koolhas, Gehry, Ando, Fuksas, Eisenman, Moss, Grassi, Monestiroli, Hadid.
Paolo: Il migliore di tutti per me è Moneo; seguono a ruota Herzog e de Meuron; poi nell'ordine metterei Rossi, Piano, Ando, Coop Himmelb(l)au; Moss e Gehry mi piacciono solo in alcuni progetti; Rem Koolhas faccio fatica a capirlo, e anche Peter Eisenman, a volte. Monestiroli e Grassi non mi sono mai piaciuti, e nemmeno Fuksas. Zaha Hadid proprio mi è indigesta e quindi la relegherei all'ultimissimo posto.
LPP: Tre parole oggi importanti
Flavio: Tradizione come memoria, come storia, come sedimentazione culturale in evoluzione lenta ma continua. Paesaggio: una parola chiave che dietro ad un suono dolce e suadente nasconde nella realtà molte insidie e fattacci… e sono spesso opere di architetti. E' importante l'educazione al suo rispetto "fin da piccoli". Innovazione come tecnica, come pensiero, come progetto (nel senso di proiezione), come idea contemporanea della tradizione.
Paolo: Paesaggio: occorre che gli architetti, ma in generale tutti coloro che operano sul territorio acquisiscano una coscienza del paesaggio, inteso non soltanto come sfondo, da guardare, ma come scena del nostro vivere, alla quale appartenere; Luogo: troppo spesso si trascura nel progetto il disegno del vuoto, di ciò che sta intorno agli edifici, e invece credo che le nostre città oggi abbiano bisogno soprattutto di luoghi, piuttosto che di edifici; Tradizione: sono molto legato alla terra in cui sono nato e vissuto, e credo che le case debbano avere un forte legame, debbano essere radicate al suolo su cui sorgono; lavorare nella modernità, secondo me, significa richiamare e rielaborare nel progetto (senza copiare pedestremente) le forme, i materiali, e anche le tecnologie costruttive della tradizione, cercando, sperimentando di volta in volta nuovi rapporti, proporzioni, equilibri, tra gli elementi che lo compongono, ma sempre in continuità con quanto è stato fatto nel passato e permane nella memoria degli uomini.
Intervista a cura di
Luigi Prestinenza Puglisi
Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°3 del 2005
Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design
a cura di Luigi Prestinenza Puglisi
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