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[1-2005]

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In questo pagina Luigi Prestinenza Puglisi intervista Giorgio Muratore una delle voci più intelligenti, autorevoli e controcorrente del fronte conservatore. Nell'intervista che ci ha concesso sostiene che se dovesse abbattere un edificio famoso sarebbe indeciso tra la Philarmonia di Berlino e l'Opera di Sidney: per i danni collaterali e le mostruosità partorite, sono -afferma- le madri di molte delle fesserie che ancora ci perseguitano.





LPP: Muratore: Innanzitutto, grazie; essere invitati su PresS/Tletter, oggi, per un architetto, è come andare da Marzullo, siamo tutti un po' narcisi e la "visibilità" è sempre una tentazione …Una auto-presentazione in quattro righe…


GM: Sono solo un architetto "per caso" e, per di più, più volte, "pentito", oggi, ho anche un po' di nausea che qualcuno scambia per cinismo; forse ho cominciato troppo presto e quarant'anni fa, avrei potuto essere anche una promessa, ma ho spesso sentito dire che ho un pessimo carattere (quindi, credo sia vero); in buona sostanza, un gran rompi-coglioni …



LPP: Cosa ne pensi dell' architettura in Italia oggi …


GM: Domanda da un milione di punti, ma devo rispondere. Mi danno fastidio quelli che dicono che in Italia, oggi, non si fa niente, non si sperimenta, non c'è innovazione; l'Italia è sempre la stessa e ci sono sempre stati quelli che parlano di "crisi" (è la prima parola che ho sentito dire entrando in facoltà, era il '64), è un esercizio di retorica ricorrente e stucchevole, buona per politici, burocrati, accademici e nullatenenti mentali (che poi, al fondo, sono della stessa pasta), l'importante è sapersi guardare intorno: lo spettacolo è, comunque, straordinario, bestie dappertutto, ma anche panorami eccezionali …
Da qualche tempo abbiamo anche una Direzione Generale che se ne fa carico, quindi: siamo a posto …



LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua...


GM: Antonio Belvedere, per chi non lo conoscesse: è stato uno dei "giovani" della penultima Biennale e poi è un mio carissimo amico, tanti anni fa, è stato anche mio studente.



LPP: Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua


GM: Quasi tutte, sono troppo care, comunque Zaza, la dark lady mesopotamica, mi sembra la più indicata: dopo avermela fatta pagare anche cara, siccome una volta entrato non potrei più uscirne (vista anche la mia stazza) direbbe che la colpa è mia, mi farebbe pagare, oltre la parcella, anche i danni "morali", direbbe che è troppo bella per essere abitata, ne farebbe un museo ed io rimarrei comunque senza casa.



LPP: Il nome di un edificio famoso che ti repelle.


GM: Sono in dubbio tra la Philarmonia di Berlino e l'Opera di Sidney, per i danni collaterali e le mostruosità partorite, sono le madri di molte delle fesserie che ancora ci perseguitano.



LPP: Il nome della tua rivista preferita. E perché…


GM: "Scholion", la rivista personale di Werner Oechslin, è un piccolo capolavoro, ma non la legge nessuno; quindi proporrei Bauwelt esce ogni quindici giorni, è fatta da persone serie, professionisti con le palle che girano il mondo e raccontano quello che vedono e che pensano: è l'esatto contrario di quelle italiane piene di ruffiani, mafiosetti e analfabeti, che vogliono fare carriera all'università.



LPP: A partire da un tuo articolo apparso su Area contro le demolizioni passi per un ultra conservatore. Ma bisogna proprio salvare tutto, compreso Corviale?


GM: Penso che le mie colpe in proposito risalgano molto più indietro nel tempo, almeno ai tempi di Controspazio, preistoria, eravamo nel '73 o nel '74; comunque, per restare al tema, debbo confessare che io non butto via nemmeno i biglietti usati del tram e gli scontrini del parcheggio, quindi, sull'argomento, non faccio testo. Considero quello che esiste, anche la traccia apparentemente più modesta e insignificante, comunque una testimonianza, figuriamoci quindi Corviale. Per il "nuovo" c'è sempre spazio altrove, dentro, fuori, sopra, sotto, di fianco, vicino, lontano; perché lo si vorrebbe soltanto "al posto di …"? Credo che esista una speciale psicopatologia del distruttore che forse corrisponde a un surrogato di impotenza; e poi non era forse Mussolini a dire: "Tutte le mie simpatie sono, anche nel dominio dell'arte per i novatori e per i distruttori: per i futuristi"? C'è ancora molto sciocco futurismo "di ritorno" nell'aria… la "rottamazione" non mi appartiene, la lascio ai politici e agli sfasciacarrozze.



LPP: Adesso che Meier sta finendo la nuova teca per l'Ara Pacis sei ancora convinto che si tratti di uno sbaglio?


GM: Mi sono occupato del "caso" Ara Pacis come un fenomeno da laboratorio e soprattutto per "salvare" (avrete capito che è una mia debolezza) un dignitosissimo edificio di Morpurgo; non nego di essermi anche piuttosto divertito in questa "missione impossibile" dove peraltro sono esplose tutte le contraddizioni possibili e si sono messe a nudo una serie di questioni di un certo rilievo attorno al nuovo "pasticciaccio" romano; quanto a Meier credo che, da un certo punto di vista, possa essere anche considerato vittima delle circostanze; sulla qualità prossima ventura dell'edificio finito, staremo a vedere, potremo riparlarne fra qualche tempo, per ora, accontentiamoci, lo spettacolo, fin qui, è stato sorprendente, ne abbiamo già viste di tutti i colori.



LPP: Come sta l'università in Italia? E a Roma?


GM: L'università italiana, non da oggi, è una fogna, ma mi dà di che vivere; anche spalare merda è un lavoro socialmente utile che può essere fatto con dignità … Roma, poi, è la capitale … ma qualcuno scrisse pure che anche su un letamaio possono nascere dei fiori e qui il concime non manca.



LPP: Esiste una tradizione romana da rivitalizzare? E se si, chi sono i maestri di questa scuola?


GM: Certamente si, non dimenticiamoci che quella di Roma è stata la prima Scuola di Architettura italiana e potrebbe tornare ad esserlo. A Roma sono state realizzate opere straordinarie anche negli ultimi cento anni. In quanto ai "Maestri" mi piacciono soprattutto quelli di cui non si parla mai … Non certo quelli che, di volta in volta, si proclamano tali … e magari, per dimostrare il loro potere, mettono in cattedra il loro autista. Tanto per fare un nome mi ha sempre affascinato il lavoro di Marcello Piacentini, la sua rivista, i suoi allievi, i suoi collaboratori, molte delle sue opere sono ancora dei testi su cui riflettere, si potrebbe anche ripartire da lui …



LPP: Se un giovane appena maturato e particolarmente brillante ti dicesse che vuole fare l'architetto, che percorso gli consiglieresti?


GM: Prima, girare il mondo e studiare (molto), poi, se non ha trovato di meglio, tornarsene a casa, magari in provincia e lavorare (molto): lavorando si impara (anche nella scuola) e, per di più, ci si diverte, ci si può comprare una macchina nuova o magari dei libri.



LPP: Non c'è critica ma solo storia (Tafuri). Sei daccordo?


GM: Le parole di Manfredo Tafuri sono spesso piuttosto sibilline e talvolta significano tutto e il contrario di tutto, credo che anche lui talvolta avesse difficoltà a capire quello che diceva; su questo tema poi non mi sento molto preparato … so solo che le chiacchiere mi hanno sempre dato fastidio e che di ciarlatani è pieno il mondo; comunque, stimo le persone in buona fede, "critici" o "storici" che siano.



LPP: Due parole sulla scuola Veneziana da Tafuri in poi…


GM: Una eredità difficile e soprattutto "contesa" la sua, nella divisione dei beni sarebbe stato meglio il modello "Maso chiuso", ma a chi sarebbe dovuta andare la primogenitura? La "Scuola di Venezia", quella vera, comunque era già finita con Samonà che era un barone intelligente e un mediocre architetto, ma sapeva di esserlo e forse, proprio per questo, e lavorando sugli "scarti" era riuscito a costruire la migliore facoltà italiana.



LPP: Bruno Zevi. Un giudizio sintetico sul personaggio.


GM: Con Zevi ho avuto un rapporto particolare: è stato il mio "primo" Maestro e mi sono anche laureato con lui, quindi ad un certo punto ho avuto l'urgenza edipica di ucciderlo, poi alla fine (ma era troppo tardi) siamo tornati amici: tutto merito di Rutelli, delle sue "cento piazze" e della sua insana via all'architettura.



LPP: Gioco dell'aereo che precipita: Portoghesi, Nicolini, Desideri, Purini. Ne puoi salvare uno. Chi scegli? Rigioco dell'aereo, hai paracaduti per tutti tranne che per uno. A chi lo negheresti?


GM: Due domande, una sola risposta: sono tutti miei amici (almeno lo spero), forse sarebbe più carino se mi buttassi io, tanto, in tutti questi anni, ho imparato un po' anche a volare e qualche ammaccatura in più non sarebbe poi un gran danno.



LPP: Una lettura che consiglieresti a un architetto, una che consiglieresti a uno studente e, infine, una che consiglieresti a un critico


GM: Leon Battista Alberti per tutti e tre, anche oggi c'è da liberarsi del nostro "gotico" e bisogna rifondare una tradizione classica della modernità.



LPP: Ti accusano di essere molto scettico rispetto all'innovazione e alla sperimentazione, è vero?


GM: Se per innovazione e per sperimentazione si intende quello che va per la maggiore sulle riviste italiane senz'altro si.



LPP: Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano.


GM: Secondo il peso della rispettiva carta stampata sarebbe un ordine, a suo modo, oggettivo, tanto sono tutti uno più bravo dell'altro, non è forse per questo che vengono pubblicati?.



LPP: Il titolo di una tesi di laurea che assegneresti al più bravo dei tuoi studenti

GM: Non ho mai imposto un argomento per una tesi e non mi sembra il caso di cominciare ora, poi non ho dimestichezza con gli studenti troppo bravi, preferisco le persone normali, le "mezze seghe" e soprattutto quegli straordinari "fuori corso" di una volta, tra loro si incontrano personaggi stupendi che hanno sempre qualche buona idea da suggerire, mi sono sempre regolato così: vado a scuola per imparare, forse è per questo che ancora mi diverto.



LPP: Tre parole oggi importanti


GM: A prescindere dal loro attuale significato politico: resistere, resistere, resistere. Ma ne restano ancora due, sarà per un'altra volta.




Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°2 del 2005

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi