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Le domande sono tra il serio, il faceto e il malizioso per dare modo di far trasparire verità che spesso i discorsi ufficiali non fanno trapelare. L'intervistato può però modificare, cancellare o sostituire le domande con altre a suo piacere. A sottoporsi alle domande è Cherubino Gambardella, ordinario di progettazione e architetto dotato di raffinata sensibilità. LPP: Una auto-presentazione in quattro righe. CG: Architetto come tanti, professore di progettazione architettonica come molti, figlio d'arte come moltissimi , interessato a forme e linguaggi dell'architettura come parecchi , affascinato dalla congiunzione tra ricerca teorica e costruzione come alcuni, disinteressato al concettualismo , come pochi in questo periodo. Piatto preferito: spaghetti al pomodoro e basilico. LPP: Cosa ne pensi dell'architettura in Italia oggi CG: Il volto del paese si trasforma, velocissimo, e i fotografi ne restituiscono la forma seducente di un ritratto in corsa. Le grandi città sono piene di gru, i media trasmettono bollettini trionfali della nuova patria senza bisogni e lo spazio pubblico del lusso per tutti si afferma, imperioso, tra stazioni , musei, shopping-mall, metropolitane. Senza moralismi mi piacerebbe se, assieme a tutto questo, si riuscisse a non dimenticare la lezione colta e sensibile di quegli architetti italiani che sapevano disegnare edifici e città solo interpretando le regole - a volte rudimentali - della ricostruzione post bellica: penso a Gardella, Asnago e Vender, De Luca, Bottoni, Luccichenti, Moretti, Cosenza ed altri. Poi, la nozione di città, da Rogers a Rossi , da Portoghesi a Purini, da Aymonino a Grassi corre vincente -nonostante il dubbio quaroniano e le sue vittime - a specchiarsi nel piccolo teatro galleggiante veneziano. Oggi , elaborato il lutto per l'apparente insuccesso della generazione di mezzo , l'architettura italiana coltiva l'illusione di un concettualismo internazionalista a volte fin troppo retorico e autoritario. Diversamente, gli esiti di alcune ricerche inconvenzionali e rivolte a una ermeneutica del mercato tutt'altro che rassegnata sembrano promettenti e di grande interesse. LPP: Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua CG: Mia moglie Simona tanto per non smentire il mio dna nepotista. LPP: E un designer al quale affidare il progetto per la tua poltrona preferita... CG: Riccardo Dalisi LPP: Finalmente un tribunale dell'architettura accusa l'Italia per gli ultimi trenta anni. Per errore chiamano anche te come imputato. Tre motivazioni che daresti per farti scagionare. CG: Ho studiato e scritto molto e, quando non avevo lavoro, mi sono inventato edifici impossibili con budget trascurabili e tecniche irrituali pur di sperimentare e di fare ricerca. Non ho avuto paura di sbagliare angolando sempre la traiettoria dei miei interessi disciplinari e prendendomi più di un rischio. Insegno mettendomi sempre in gioco senza rinunciare ad essere lealmente fazioso. LPP: Cosa pensi dell'Università in Italia e di Aversa? CG: L'università italiana - con l'istituzione della laurea triennale e del completamento specialistico- non può più coltivare l'illusione di formare dei tecnici e dei progettisti ma deve mirare a sviluppare attitudini e suggerire percorsi formativi. La riforma sta favorendo una articolata modulazione delle offerte culturali delle sedi, specialmente le più giovani. Dal tradizionalismo colto di Bari alla fenomenologia di Ascoli, dal tecnicismo di Ferrara al lirismo di Siracusa le opportunità di un quadro formativo composito sono indubbiamente cresciute. Credo che bisognerebbe potenziare il reclutamento di fasce giovani di docenza e ritengo che il metodo della cooptazione diretta dei vecchi baroni degli anni sessanta fosse il più efficace . Quando Samonà o Belgioiso garantivano, gli allievi erano sempre all'altezza dei maestri. Certo oggi le condizioni sono diverse ma non è neanche possibile continuare a prestarsi al gioco qualunquista secondo il quale i professori sono quasi tutti somari e raccomandati senza mai entrare nel merito delle cose che fanno e di come insegnano. Aversa, infine, ha dirozzato un territorio difficile, quest'anno -oltre a professori di ruolo di ottima levatura- in facoltà insegnano docenti esterni di prestigio come Francesco Jodice, Luca Molinari, Sebastiano Brandolini. LPP: Casciani o Boeri, a chi affideresti Domus? CG: Casciani ha il merito di aver tentato di arginare l'eccesso di lusso anglosassone di Domus . Ora, però, godiamoci il nuovo gioco intenso e avvincente che ci sta proponendo Boeri. LPP: Gioco della torre: Portoghesi o Zevi, chi butteresti? Non rispondere: nessuno. CG: Zevi ha diffuso la modernità in Italia rendendola familiare come un elettrodomestico con la sua faziosissima e inimitabile arcmod. Portoghesi intorno a quella modernità ci ha girato con inconfondibile bravura fino a dichiararla chiusa con la Strada Novissima, l'ultimo momento in cui l'architettura italiana è stata veramente centrale nel mondo. Sono altri quelli che bisogna buttare dalla torre. LPP: Tre progettisti italiani di chiara fama a cui non faresti costruire casa tua.
LPP: Rigioco della torre: Purini o Dal Co, chi butteresti? Non rispondere:nessuno
Intervista a cura di Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°23 del 2004 Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design a cura di Luigi Prestinenza Puglisi |

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[6-2004] |
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