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L'intervista pubblicata anche sul The Architect's Newspaper affronta il tema dei lavori americani dell'architetto. LPP: Come si trova a lavorare a New York , in un contesto così diverso da quello europeo? RP: Non è poi così diverso. Forse lo è solo nel modo di organizzare le cose. A New York mi trovo bene, quasi a casa. Ormai, tra l'altro, sono tre anni che lavoro su tre progetti. Sono la Morgan Library, il New York Times, la Columbia University ad Harlem. Sono tre lavori con un diverso mix di attività urbane. Una biblioteca, un grattacielo, un campus aperto alla città. LPP: Tre grattacieli, uno a Londra, uno a Sidney, uno a Manhattan. Quali problemi contestuali si è posto? RP: Il grattacielo di Londra ci ha impegnato molto. Abbiamo dovuto superare le critiche mosseci dallo English Heritage che temevano che l'edificio avrebbe potuto compromettere il townscape urbano e la vista della cupola di St.Paul. Così abbiamo dovuto superare una faticosa Public Enquiry e da qualche mese abbiamo avuto il via libera dal Governo Blair, che ha sostenuto il progetto. E' un edificio svettante, con una punta finale, una specie di turbina. Una città verticale di 320 metri d'altezza attiva 24 ore su 24, con uffici, residenze, alberghi, strettamente collegata, tramite la London Bridge Station, con il trasporto pubblico della metropolitana e della ferrovia. Un modo intelligente e moderno per abolire l'uso della macchina. Nel progetto di Sidney l'interlocutore ideale è la Sidney Opera House di Utzon che il nostro grattacielo fronteggia. Nonostante l'edificio superi i 200 metri è concepito in funzione del clima, grazie all'invenzione di winter gardens, spazi esterni ma in cui si è protetti dal vento. Un oggetto ventilato naturalmente che persegue un fine ecologico. Il grattacielo del New York Times cerca di dialogare con l'atmosfera di Manhattan, una città che cambia con grande rapidità i suoi colori. I piccoli e sottili pezzi di ceramica che abbiamo previsto servono a dare un aspetto cangiante, a far vibrare l'edificio nella luce. Come vede sono tre progetti diversi eppure tutti, a loro modo, contestuali. LPP: Qualche parola sulla sua collaborazione con lo studio Fowle, con cui state lavorando ai progetti newyorkesi. RP: E' una collaborazione ottima. Siamo amici ed è bello lavorare così. Ognuno naturalmente apporta al progetto la propria competenza nel rispetto dei rispettivi ruoli. LPP: Qualche accenno alla Morgan Library. RP: E' un lavoro essenzialmente di scavo. La Morgan è la terza libreria al mondo per valore dei libri che conserva, alcuni rarissimi. Stiamo scavando nella roccia a 50 piedi. E' il posto più sicuro al mondo. LPP: Esattamente il contrario della strategia di Perrault per la biblioteca di Francia, dove, poi, si è temuto che i libri , esposti alla luce, potessero deteriorarsi? RP: Questo (sorride) lo dice lei. LPP: Tre parole che sintetizzano la sua ricerca oggi… RP: Una sola:diversificazione. Come vede cerchiamo di affrontare ogni progetto come se fosse unico. L'architettura dipende infatti dalla realtà delle cose che in ogni situazione si presenta in modo originale. Vedo con crescente sospetto negli architetti dello star system la ripetizione di una cifra, il formarsi di uno stile. Essere contestuali vuol dire scegliere la libertà, evitare la prigione che viene da se stessi. Tentare, insomma, il miracolo di reinventarsi ogni giorno. Intervista a cura di Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°21 del 2004 Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design a cura di Luigi Prestinenza Puglisi |

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[6-2004] |
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