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Le domande sono tra il serio, il faceto e il malizioso per dare modo di far trasparire verità che spesso i discorsi ufficiali non fanno trapelare. L'intervistato può però modificare, cancellare o sostituire le domande con altre a suo piacere. A sottoporsi alle domande è Renato Nicolini, inventore della Estate Romana, docente universitario, caporedattore di un ciclo particolarmente felice della rivista Controspazio, intellettuale raffinato e autore di studi sull'architettura di Roma Capitale. Nicolini rivendica l'autonomia dell'architettura, il silenzio nel mondo del primato della comunicazione, e pensa che manderebbe la figlia a studiare architettura all'estero per sottrarla al 3+2.


Ecco le domande fatte da LPP:

1.Come ti autopresenteresti in quattro righe...

2. Cosa ne pensi dell' architettura in Italia oggi...

3. Ti piace il progetto di Meier per l'Ara Pacis?

4. I quattro progettisti ai quali affideresti l'incarico per un nuovo auditorio

5. Funzionano le università di architettura? In quale manderesti tuo figlio, se potessi dargli un consiglio?

6. Cosa resta della tendenza e della scuola romana?

7. Tre parole che oggi ti sembrano importanti

8. Gioco della torre: tra Gehry e Aldo Rossi chi butteresti?



Ed ecco le risposte:

Caro LPP, rispondo al tuo questionario spostando l'ordine delle risposte.


1) Comincio dal "gioco della torre". Chi butterei giù tra Frank O.Gehry ed Aldo Rossi. Nutro una grande ammirazione per Gehry, da un simposyum che ho tenuto a Los Angeles nel 1987 (Los Angeles after dark: dream or reality). Il mio soggiorno è durato tre settimane, ed ho avuto modo di ammirare il Temporary-Contemporary allestito da Gehry in un capannone industriale in attesa dell'entrata in funzione del MOCA di Arata Isozaki. Gehry è un architetto capace di trasformarsi, che non conosce soltanto l'aspetto di immagine del progetto. Ma non riesco nemmeno a pensare di buttar giù Aldo Rossi. Non posso scartare, nemmeno per gioco, la mia identità.


2) e 3) L'architettura oggi in Italia ed il progetto Meier per l'Ara Pacis. Forse non è più possibile parlare di architettura italiana, poichè la categoria nazione non aiuta più ad orizzontarsi nel mondo globale di oggi. Certo, l'Italia appartiene più alla periferia che al centro dell'Impero, consumiamo ancora Barcellona e Berlino, e restiamo facilmente a bocca aperta. Non mi straccio, di conseguenza, le vesti per il progetto Meier per l'Ara Pacis. Meier conosce l'architettura Anni Trenta, compresa quella italiana; e la storia dell'orgoglio nazionale (o cittadino) offeso non reggeva più già ai tempi della vittoria del francese Nenot al primo concorso per il monumento a Vittorio Emanuele. La teca demolita, pretesa di Morpurgo, mi è sempre sembrata piuttosto opera di qualche anonimo ufficio tecnico. La debolezza del progetto di Meier, che comunque non mi piace, dipende più dalla debolezza della committenza comunale che dal progettista (lo dimostra la chiesa di Meier a Tor Tre Teste). Il Comune ha voluto una griffe di prestigio tra il Mausoleo di Augusto ed il Tevere; puntando tutto sull'ossimoro antico - moderno. Avrebbe fatto meglio a chiarirsi prima le idee su alcune scelte, sicuramente non di competenza del progettista del Museo dell'Ara Pacis, ma la cui mancata soluzione pesa sulla qualità del risultato. Quale relazione con il Tevere? a) Lungotevere autostrada attrezzata con parcheggi nei muraglioni e sottopassi ad ogni incrocio; b) Recupero del Porto di Ripetta; c) Recupero del Porto romano di Augusto. I parcheggi di bordo (che l'impresa costruttrice, lavatosene Meier le mani - sembra - con una liberatoria, spinge per costruire sotto la piazza, usando la parola magica project financing) aiutano davvero una fruizione leggera e vitale, che non si arrenda senza combattere allo shopping mall a cielo aperto, del centro di Roma? Infine: cosa fare della piazza di Morpurgo? Leonardo Benevolo ha rilanciato l'idea, che sembra di qualche decennio addietro, di demolirne un paio di palazzi -lanciando l'idea, che ritorna ancora più lontano, di un Mausoleo di Augusto visibile da piazza del Popolo… Stesso discorso - la griffe non può supplire alla confusione delle idee - si potrebbe fare per l'Auditorium di Renzo Piano.


4) Cosa resta della tendenza e della scuola romana? Secondo me, non si può parlare di una scuola romana a proposito dell'architettura del Novecento. A Roma alleanze, gruppi, divergenze sono sempre provvisorie. Certe collaborazioni particolarmente felici (Libera-De Renzi-Vaccaro) nascono  dall'unione di personalità divergenti piuttosto che simili. Non può valere come scuola romana né il gruppo Aschieri degli Anni Venti, né la collaborazione al Tiburtino di Quaroni, Ridolfi e dei giovani Aymonino, Lenci, Chiarini… Forse se ne può evocare il fantasma, a proposito di generazioni successive-  il gruppo di architetti dipinti da Pierluigi Eroli in chiave postmoderna attorno a Paolo Portoghesi. Ma Roma, se mi si passa il gioco, è civitas augescens, tende per definizione ad incorporare l'altro da sé. Rispondo quindi alla sola domanda: cosa resta della tendenza?  La caratteristica della tendenza, cui non dimentico di avere dedicato un numero monografico di "Controspazio" , sotto forma di numero monografico sulla Triennale di Aldo Rossi, non mi è mai sembrata di tipo linguistico-formale (penso alle differenze evidenti tra le architetture di Aldo Rossi e quelle di Nino Dardi o Carlo Aymonino o Gianugo Polesello o Luciano Semerani). Ma il tentativo di definire un comune terreno teorico. Esemplifico: architettura e città, il fondamento tipologico dell'architettura, la sua trasmissibilità didattica. Questioni di cui sono oggi forse più convinto di prima. Trovo attualissima la scelta di fondo della tendenza -quella individuata da Manfredo Tafuri parlando del silenzio delle architetture di Aldo Rossi. La scelta dell'autonomia del proprio discorso, limitandolo al proprio campo di specificità, qualcosa che equivale al silenzio nel mondo del primato della comunicazione. L'architettura come scelta della tautologia, piuttosto che tentativo (un po' alla Porta a porta di Bruno Vespa) di rappresentare le intenzioni - o addirittura i messaggi - della committenza, magari la volontà di presentare un'immagine di sè nuova, splendente e luccicante.


5) e 6) Posso così rispondere motivatamente alle domande: in quale facoltà di architettura manderei i miei figli (anzi, non rispondere, perché Ottavia si è appena laureata in estetica, mentre Claudia, la più grande degli altri, ha solo dodici anni: e chissà cosa accadrà in sei anni; spero bene -altrimenti, dovesse scegliere architettura, la manderò all'estero -siamo in un mondo globale, ed è meglio fuggire dal 3 + 2, con cui oggi Letizia Moratti, e ieri Luigi Berlinguer, hanno tentato e tentano di distruggere in Italia una consolidata tradizione didattica franco-italiana di insegnamento dell'architettura…); e quattro progettisti per un Auditorium. Ma dove? A Ravello va bene Niemeyer; e questi altri quattro Auditorium, dove? Uno nella periferia di Roma capitale, magari vicino Cinecittà? Fermiamoci ai progettisti. Due gare: una tra Hiroshi Hara, pensando alla Stazione di Kyoto (chi sa progettare una platea all'aperto in una stazione, come quella che ho visto, sa ben progettare un Auditorium), e Tadao Ando; una tra Santiago Calatrava, Norman Forster e Rem Koolhas. E due designazioni secche: Sandro Anselmi e Franco Purini.


7) Come mi autopresenterei? Come un nomade che non riesce però a separarsi dai propri (pesanti -ma anche Bruce Chatwin viaggiava così) bagagli, lacerato tra la tendenza ad un'onnivora dispersione di interessi, almeno vagamente tutti riferibili alla città -ed una fissazione abbastanza paranoica per una coerenza, che non solo so impossibile, ma in fondo mi interessa molto meno delle contraddizioni.


8) Tre parole? Sole, mare, amore.





Intervista a cura di

Luigi Prestinenza Puglisi




Intervista pubblicata sulla PresS/Tletter n°18 del 2004

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design

a cura di Luigi Prestinenza Puglisi




[6-2004]

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