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L' esperienza internazionale

I giovani progettisti italiani hanno frequentato le università in un momento di terribile crisi creativa. I più anziani  tra loro - quelli per capirci, nati intorno agli anni sessanta- hanno assistito  al dissolvimento del Post Modern e vissuto la crisi dell' accademia  italiana. I più giovani - nati negli anni settanta e anche negli ottanta-  ne hanno pagato il dissolvimento e l' implosione, studiando in un sistema  che giorno dopo giorno si chiudeva in una muta autoreferenzialità, sorda ai segni di rinnovamento che, invece, si manifestava negli altri Paesi: in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Olanda, negli Stati Uniti.

Molti tra loro, laureatisi, hanno deciso di lavorare per qualche tempo all'estero. Sono fuggiti per scappare alla cappa creativa, politica, culturale che li circondava.

Si sono così resettati, abbandonando il loro pessimismo provinciale.

E quelli che non si sono trasferiti hanno cominciato a guardare fuori con più attenzione.

Sembrerebbe un punto di vista ovvio, necessario a una generazione che si vuole confrontare con l' Europa. In realtà il fenomeno è stato traumatico. I valori proposti nella quasi generalità delle università italiane erano tutt'altri: erano l'esaltazione del provincialismo, l'apoteosi della tradizione classica e neometafisica, la chiusura disciplinare nei confronti del nuovo, l'accettazione dell'arretratezza tecnologica del sistema produttivo, l'esaltazione del conformismo ammantato dietro il concetto di scuola. Scuole, tendenze: cioè fabbriche di cloni che riproducevano all'infinito, con minime varianti, i segni e i disegni dei sedicenti maestri.

Ecco il primo compito: negare l'architettura come pratica autoreferenziale. Concepirla, invece, come una risorsa per la modernizzazione del paese.

Scappare. Esattamente come lo avevano fatto Massimiliano Fuksas e Renzo Piano. I quali, soffocati tra le nostre mura, si erano affermati all'estero. Per poi tornare a  lavorare in Italia portando un'aria di novità che l'accademia, che prima li aveva ostracizzati, ha dovuto obtorto collo se non accettare, almeno tollerare. E che, così, indipendentemente dal valore delle loro architetture  - alcune riuscite, altre decisamente sbagliate-  e delle loro posizioni culturali - alcune condivisibili, altre meno- sono diventati per i giovani un modello da capire, studiare, emulare.

Scappare all'estero non significa necessariamente trasferirsi, magari con una borsa di studio Erasmo o Leonardo. Può essere semplicemente andarci per  cercare nuove occasioni professionali. Partecipare con insistenza a concorsi internazionali, che in Italia sono pochi e quasi mai conclusi con la realizzazione dell'opera. Formare gruppi di progettazione misti transnazionali. Attivare partnership con l'estero per singoli progetti.

Nuovi stimoli, grazie alle sempre maggiore labilità delle frontiere, arrivavano anche a chi un piede fuori dall'Italia  non lo ha mai messo se non da turista.

Bombardata dai prodotti della globalizzazione, da Internet, dalle riviste internazionali, si è formata una  nuova generazione. Di persone che non ne possono più di vivere in uno stato di perenne arretratezza. Aggressivi, con voglia di emergere, liberi, senza modelli. Senza Maestri.


Digitale e elettronica

Senza Maestri, ma non senza cultura. E non senza una cultura specifica che deriva dalla storia e dal contesto culturale. Prima di affrontare questo argomento, occorre, però, notare che la nuova generazione è stata segnata da un altro fenomeno, di non minore impatto: la rivoluzione digitale.

I giovani nati nell'età dell'elettronica,  si sentono immensamente distanti dall'età della meccanica che li ha preceduti. Non credono più alla standardizzazione, rifiutano le logiche dell'existenz minimum, capiscono che materiali e tecniche nuove possono cambiare, anche radicalmente il modo di abitare.

Sanno, però, che la tecnologia da sola non ha mai risolto alcunché e che, pertanto, non bisogna accettarla acriticamente.  Non nutrono alcuna speranza che sarà il digitale, da solo, a salvarli: perché l'età elettronica, semmai, pone sfide, crisi da superare.

E' questo atteggiamento ambivalente di accettazione e di scontro che ben caratterizza, io credo, la specificità di un approccio.

Per loro, a differenza di buona parte delle generazioni che li precedono, è illogico e stupido pensare di tornare indietro. Nello stesso tempo dubitano che virtuosismi tecnici, immagini apocalittiche realizzate con il calcolatore, o l'insistenza su metafore fantascientifiche, su cui oggi troppo ci si attarda, possano in futuro produrre risultati degni di nota.

Lo dubitano, non solo per la similitudine con quanto è successo ai primi del novecento ( le migliori architetture di quel periodo non sono venute da chi osannava indiscriminatamente al meccanico, ma da chi sapeva esplicitarne e risolverne i problemi) ma anche avvertiti da quanto oggi succede nel campo delle arti figurative, da sempre più veloci della riflessione architettonica nel captare e rielaborare i fenomeni della contemporaneità. Artisti quali Stelarc, Robot Grup, Studio Azzurro, Mariko Mori, Pipillotti Rist propongono, attraverso prodotti realizzati con tecnologie elettroniche, opere il cui interesse va oltre il puro compiacimento tecnico. E altri quali la Orlan, Mattew Barney, Damien Hirst, Nobuyoshi Araki, Paul McCarthy, Katarina Fritsch, Rosemarie Trockel, Shirin Neshat analizzano, con tecniche anche tradizionali ma con risultati di assoluto interesse, le implicazioni che i nuovi paradigmi hanno sul corpo e sul modo di vedere e concepire la realtà.

In questa direzione mi pare di poter leggere anche la sempre più forte attenzione verso la concretezza del paesaggio. Credo anzi che possiamo prevedere che il termine Landscape, così come sta avvenendo in altre parti d'Europa, diventerà una chiave per spiegare parte - se non buona parte-  della prossima  ricerca progettuale.  La parola, infatti, unisce tre linee di azione, sinora indagate con strumenti diversi: verso l'edificio, verso l'urbanistica, verso l'ecologia. Permette, quindi,di realizzare oggetti edilizi senza disperderli nello spazio informe dell'urbanistica e dello zoning funzionalista; di fare una certa pianificazione del territorio senza perdersi nella singolarità dell'oggetto architettonico; di affrontare il tema dell'ambiente senza cadere nel trabocchetto della salvaguardia del verde a qualunque costo. E permette, nello stesso tempo, di orientare la ricerca elettronica ( il digitale dei  flussi e degli immateriali) verso la costituzione di un paesaggio, non virtuale ma non necessariamente naturale, all'interno del quale concretamente  vivere.


La specificità italiana

Viste in questa luce, le nuove generazioni italiane appaiono  distanti tanto da quelle ultra innovative che stanno ricercando, sino a portarle al limite, le implicazioni dell'architettura digitale -alludiamo alle sperimentazioni che stanno avvenendo in America, particolarmente intorno alla Columbia  University - sia da quelle ultraconservative che trovano i propri capisaldi alla Harvard University e, più, in generale nella ricerca spagnola.

Accantonati i miti tecnicisti e storicisti, gli italiani lavorano lungo una linea di crinale, approfondendo in termini spaziali le contraddizioni che nella civiltà dell'elettronica divaricano la nostra percezione della realtà, e ci pongono continuamente di fronte a crisi e antinomie sulle quali occorre riflettere, fornendo risposte concrete.

Tra queste la più forte è tra passato e futuro, tra novità e storia.

I giovani italiani rifiutano le ricerche di  chi vuole investire tutto se stesso in un sogno a venire e di chi nostalgicamente rimpiange una tradizione in cui certezze e valori erano solidamente interconnessi. Sanno che la storia è la maledizione dell'architettura del nostro Paese, ma non per questo la rifiutano, accettando un incontro, anche traumatico, con la tradizione che spesso produce risultati poetici inaspettati. E così operano in bilico tra  l'eterno presente offerto dai media e il bisogno di passato e di futuro, non risolvendolo né con le nostalgie alla Disney World, proposte dall'industria del divertimento, né con il non meno falso ingessamento dei centri storici imposto dalle Soprintendenze.

Su questi temi, anzi, bisogna anche registrare una delle poche linee realmente fruttuose della nostra ricerca. In testa l'università di Pescara, uno dei rari centri accademici che è sfuggito dal collasso del sistema universitario italiano e alcuni critici tra i quali Stefano Boeri, Pippo Ciorra, Massimo Ilardi, Mirko Zardini che lavorano in altre realtà territoriali. Hanno prodotto, oltre a riflessioni sul ruolo delle moderne tecnologie e del digitale, analisi urbane finalmente adeguate alle reali dinamiche della contemporaneità, strumenti operativi di buon livello, mostre importanti quali USE e l'innesto di interventi critici, anche di personalità straniere, tra le quali vorrei ricordare quella, estremamente energetica, di Yorgos Simeoforidis, recentemente scomparso.

Altre contraddizioni sulle quali opera  la ricerca italiana, sia pur all'interno di parziali sintesi, sono:

  • Tra naturale e artificiale, High Tech e Low Tech. Tra tecniche tradizionali, che la nostra industria edilizia arretrata sa padroneggiare, e risultati innovativi in termini di prestazioni.

  • Tra corporeo e incorporeo, tra una pelle sempre più leggera che si interfaccia con il mondo esterno delle informazioni e il corpo sempre più pesante ancorato alla legge di gravità. Tra la trasparenza  e la materialità e i valori tettonici.

  • Tra il naturale sempre più residuale, ma non per questo meno importante, e l'artificiale imbottito di protesi e nanomeccanismi. Tra il bisogno di ecologia e le esigenze dello sviluppo produttivo.

  • Tra la superficialità del mondo delle immagini e della comunicazione ed esigenza di profondità e di simbolico. Tra l'originale e la copia, tra virtuale e reale.

  • Tra prospettive globali e esperienze e culture locali, in particolare quelle regionali.

  • Tra bisogno di individualità e logica produttiva standardizzante.

  • Tra trasparenza nei comportamenti e nel flusso delle informazioni ed esigenze di privacy e di segretezza. Tra esigenze della società delle immagini e valori ancestrali.

  • Tra astratto e concreto. Tra i luoghi dell'incontro fisico ( piazze, strade) e gli spazi dell'incontro virtuale ( schermi, nuovi media). Tra la necessità di una concreta e immediata socialità e il mondo artificiale della comunicazione imposto dalle nostre protesi: televisioni, lettori di CD, internet, telefoni cellulari...

Una generazione senza Maestri. Ma non senza cultura, soprattutto internazionale. Dicevamo prima del resettaggio all'estero di quasi tutti i protagonisti della nuova ricerca italiana. E basti, poi, pensare al ruolo che hanno giocato le riviste internazionali che mai come in questi anni si trovano aperte sui tavoli degli studi di architettura. Ricordare l'enorme diffusione de El Croquis, che ha fatto conoscere in Italia, con eccellenti presentazioni grafiche, le realizzazioni contemporanee di qualità;  le riviste italiane e, in particolare,  le  nuove, tra le quali, Il Progetto  e altre fatte da giovanissimi, come è il caso dei tre numeri di 2a+P; e, infine, lo sforzo d'analisi della ticinese Spazio Architettura diretta da Diego Caramma, che dal suo nascere sta cercando di mettere in luce quanto di nuovo sta avvenendo in Italia.

In questo panorama, un ruolo leader spetta alle pubblicazioni elettroniche . Tra le quali la più importante mi sembra Arch'it diretta da Marco Brizzi. Anche se di non minore impatto sono New Italian Blood ,Channelbeta, Antithesi, Archimagazine. Sulle loro pagine si incontrano la ricerca straniera, gli eventi che concernono il mondo architettonico, i saggi di giovani e meno giovani studiosi, oltre ai progetti della nuova architettura italiana.  Grazie alla facilità di feedback e interconnessione, garantita dal mezzo elettronico, si è così formata una comunità, per nulla virtuale, di architetti che si sentono, si incontrano, si scambiano testi e opinioni. Una comunità che grazie a questi legami sopperisce alla scarsità di occasioni e connessioni offerte dal mondo istituzionale ( tra le istituzioni che si sono occupate della giovane architettura spicca però l' InArch sia a livello nazionale che locale, soprattutto con  le iniziative nel Lazio e in Sicilia ed il Comune di Roma con numerosi concorsi e il premio Borromini). Vi è infine  il ruolo della critica, sia della generazione di mezzo - tra questi Stefano Casciani, Livio Sacchi, Pippo Ciorra, Mirko Zardini, Massimo Locci , Francesco Garofalo, Antonino Saggio e Cesare De Sessa - che della nuova - Maria Vittoria Capitanucci, Giovanni Damiani e, con crescente capacità di iniziativa, Luca Molinari-  i quali stanno lavorando, pur da differenti posizioni teoriche e con esiti diversi, sul fenomeno italiano. Un fenomeno che anche tre interpreti, con formazioni critiche e punti di vista divergenti, come Franco Zagari, Antonino Terranova e Franco Purini stanno promuovendo. Questo nell'area romana, in questo momento forse la più ricettiva, anche grazie a un Ordine degli Architetti  presente e combattivo. Mentre nell'area milanese e veneziana un lavoro di promozione lo stanno effettuando le riviste Domus, L'Arca, Abitare, Costruire e, sia pur filtrato da rigidi parametri ideologici,  la stessa Casabella le quali stanno dando spazio crescente a quanto di nuovo fanno i giovani ( le due riviste che si pubblicano in area romana - L'Architettura  e  L'Industria delle costruzioni-  hanno, dal canto loro, avviato da tempo un positivo processo di rilancio).

Specificità della ricerca italiana non vuol dire isolamento. Ma sprovincializzazione. E' questo  il fatto più rilevante che dobbiamo notare. I giovani architetti italiani sanno che il panorama con il quale devono confrontarsi è internazionale. I loro interlocutori sono Koolhaas, Hadid, Ito, Libeskind, Himmelb(l)au, Tschumi, Gehry, Nouvel  i quali, chiarificando, almeno in parte, la portata dei problemi che investono la nostra contemporaneità, hanno prospettando nuove ipotesi spaziali, inaugurando una eccezionale stagione creativa. E poi con i più giovani: da Nox a Van Berkel, da Shop a FOA, da Winka Dubbeldam  a Greg Lynn, da Hani Rashid  a Neil D. Denari. Ma, soprattutto verso questi ultimi, senza complessi di colpa, né di inferiorità.

Al loro approccio, spesso High Tech, altamente orientato verso l'esplorazione delle nuove tecnologie, gli italiani contrappongono il loro più disincantato e problematico. Che cerca di recuperare la tradizione dell'oggetto. La sua materialità. La sua anima. La sua storia. Un approccio che  per certi aspetti potremmo definire High Touch. Erede di una tradizione che, comunque, si vuole rimettere in gioco.

E' questo  un atteggiamento che -come tutte le operazioni in bilico tra opposti e proteso verso la sintesi più che verso l'analisi- corre il rischio di essere pericoloso. Che nasconde la possibilità, se si abbandona la linea di crinale, di involuzioni reazionarie. Di facili sintesi. Ma che è anche l'indicazione di una possibile direzione di lavoro, in un momento quale quello attuale nel quale sembra che molte ricerche - sul morphing, sullo stretching, sulla quinta, sesta ed ennesima dimensione dell'iperspazio-  si stanno avvitando su se stesse, producendo giochi sempre più sofisticati ma sempre meno interessanti.



Luigi Prestinenza Puglisi



Tratto da "3 parole per il prossimo futuro"

Meltemi editore".  acquista una copia on line

[10-2002]

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