Channelbeta - Canale d'Informazione sull'Architettura Contemporanea

Torno su Intimacy, nella sede di Channelbeta, per approfondire alcune sensazioni di malessere provate e tutt'ora non superate. Il testo, scritto d'impulso il giorno dopo l'inaugurazione e apparso sul sito del mio studio, era:


"Firenze, 2 Ottobre 2003:

La settima edizione del Festival d'Architettura in video di Firenze non va persa! Segna un punto cruciale nel nuovo panorama dell'architettura nostrana, con picchi d'internazionalità! Forse in continuità con la Biennale d'Arte di Venezia e con un nuovo atteggiamento culturale del post-berlusconismo (mostrare che anche noi sfigati            di sinistra in fondo sappiamo                 trovare un po' di sponsors).
L'architetto/imprenditore smette di servire il mecenate e si reinventa lui anche mecenate di se stesso (così si elimina un problema non da poco!) e si produce, si revisiona e si aliena con il suo lavoro (tanto nel pieno dell'era effimera un architetto si appaga facilmente con una bella installazione!). In antitesi con SMAU, dove il meglio dell'industria delle telecomunicazioni si confronta e prefigura i nuovi scenari del mercato del futuro post-crisi, a INTIMACY l'architetto espone se stesso e cede a quell'imperdibile voglia di mostrarsi, di ostentare anche le assenze che lo circondano con sigle d'effetto, che non si capisce se alludono a componenti di computer o a super Dj trendissimi. E così il Festival è divenuto una grande fiera dei balocchi, dove Marco Brizzi, mi perdonerà anche perché non ha neanche il fisique, fa la parte di Mangiafuoco mentre noi piccoli architetti ci alterniamo tra Lucignolo e Pinocchio. Ora attendiamo la Balena, per ritrovare mastro Geppetto, padre e creatore di questo mondo delle vanità… Alberi di pace, fessure tattili intimiste, pelli che si gonfiano, nudità esposte e nascoste, paradossale desiderio smodato di oggetti fallici, goliardiche burle nelle toilettes. C'è di tutto alla mostra più eclatante del Festival, Deep Inside nello spazio Alcatraz della Stazione Leopolda, ideale per un luna-park della cultura. E questo caos (che da Dante a Benigni ha tanti precursori illustri nella Toscana) è di incredibile impatto comunicativo, merito anche dello studio Avatar, che ha lasciato che il proprio allestimento fosse totalmente invaso dai vanitosi architetti, a caccia di gloria. Mi sono molto divertito alla Fiera dei piccoli architetti, ho conosciuto tante persone e ho anche recuperato numeri di telefono che magari saranno utili per una prossima uscita dal realismo della vita di tutti i giorni.

A risentirci quindi!

(ho partecipato a INTIMACY con un'installazione "La stanza del vero verde" alla mostra DEEP INSIDE assieme al gruppo BASE_1 )

nota: le opinioni qui espresse sono del tutto personali e non il frutto del pensiero del gruppo BASE_1"



Colgo l'occasione per tornare sull'argomento e chiarire meglio alcuni aspetti impliciti del testo/sfogo, cui sopra.

Riallacciandomi anche all'editoriale "Maledetti architetti!" di Gianluigi D'Angelo, apparso su Channelbeta in questi giorni, dove, oltre ogni qualsiasi considerazione, appaiono dei dati sconcertanti, avverto con preoccupazione che la condizione del giovane architetto è diventata paradossale. Da una parte la cultura italiana sembra sbeffeggiare l'architetto e non interessarsi a problemi estetici o etici a riguardo, dall'altra l'università che continua in un'assurda battaglia stilistica e ideologica, senza interessarsi ad avvicinarsi al mondo del lavoro per poi trasmetterne cognizioni allo studente. Il Festival di Firenze, ahimè, ha rappresentato a pieno questo stato di cose. Ed è un merito, perché ha avuto la capacità del miglior sismografo. Certo però che ciò che è stato sondato è abbastanza inquietante e prescinde dall'alta qualità delle installazioni presentate: da una parte c'è chi gioca a fare il professionista, dall'altra chi gioca a fare l'artista e chi gioca solamente a fare la star. Il tutto con delle evidenti problematiche: non è per fare il moralista ma ce n'è bisogno di un professionista che investe sulla sua struttura ma senza incarichi, di un artista che spende per le proprie opere e non le vende o di una star a cui nessuno chiede autografi?


La cultura in Italia è sempre più un ghetto, dove ci si muove bene solo se si hanno tanti soldi o tanto potere. E a proposito di ghetto, un altro acuto sismografo come Gianni Pettena si è accorto delle ragnatele della rete di Beyond Media (vedi l'articolo/intervista "Il ghetto dei giovani architetti" di Claudia Riconda apparso sulla Repubblica il 3.10.2003). Certamente non sono io in grado di dare le soluzioni, ma sarei felice se scendessimo umilmente dal nostro provinciale velleitarismo, fondato solo sul fatto che siamo gli eredi dei geni di Leonardo e Michelangelo. Purtroppo mi pare che nel dibattito culturale italiano finisca sempre per prevalere il sogno rispetto al reale; siccome siamo comunque un popolo di ottimi creativi sognatori ma con delle notevoli difficoltà a realizzare cose, spesso puntiamo più su quello che saremmo potuti essere (alla Totò e Alberto Sordi insomma) e non su quello che realmente siamo e facciamo, e non so se ci fa bene.

 

Mattia Darò

 


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[11-2003]

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