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Channelbeta
- Canale d'Informazione sull'Architettura Contemporanea |

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Torno su Intimacy,
nella sede di Channelbeta, per approfondire alcune sensazioni di malessere provate
e tutt'ora non superate. Il testo, scritto d'impulso il giorno dopo l'inaugurazione
e apparso sul sito
del mio studio, era:
"Firenze, 2 Ottobre 2003: La settima
edizione del Festival d'Architettura in video di Firenze non va persa! Segna un
punto cruciale nel nuovo panorama dell'architettura nostrana, con picchi d'internazionalità!
Forse in continuità con la Biennale d'Arte di Venezia e con un nuovo atteggiamento
culturale del post-berlusconismo (mostrare che anche noi sfigati
di sinistra in fondo sappiamo
trovare un po' di sponsors). A risentirci quindi! (ho
partecipato a INTIMACY con un'installazione "La stanza del vero verde" alla mostra
DEEP INSIDE assieme al gruppo BASE_1
) nota:
le opinioni qui espresse sono del tutto personali e non il frutto del pensiero
del gruppo BASE_1" Colgo
l'occasione per tornare sull'argomento e chiarire meglio alcuni aspetti impliciti
del testo/sfogo, cui sopra. Riallacciandomi
anche all'editoriale "Maledetti
architetti!" di Gianluigi D'Angelo, apparso su Channelbeta
in questi giorni, dove, oltre ogni qualsiasi considerazione, appaiono dei dati
sconcertanti, avverto con preoccupazione che la condizione del giovane architetto
è diventata paradossale. Da una parte la cultura italiana sembra sbeffeggiare
l'architetto e non interessarsi a problemi estetici o etici a riguardo, dall'altra
l'università che continua in un'assurda battaglia stilistica e ideologica, senza
interessarsi ad avvicinarsi al mondo del lavoro per poi trasmetterne cognizioni
allo studente. Il Festival di Firenze, ahimè, ha rappresentato a pieno questo
stato di cose. Ed è un merito, perché ha avuto la capacità del miglior sismografo.
Certo però che ciò che è stato sondato è abbastanza inquietante e prescinde dall'alta
qualità delle installazioni presentate: da una parte c'è chi gioca a fare il professionista,
dall'altra chi gioca a fare l'artista e chi gioca solamente a fare la star. Il
tutto con delle evidenti problematiche: non è per fare il moralista ma ce n'è
bisogno di un professionista che investe sulla sua struttura ma senza incarichi,
di un artista che spende per le proprie opere e non le vende o di una star a cui
nessuno chiede autografi? La cultura in Italia è sempre più un ghetto, dove ci si muove bene solo se si hanno tanti soldi o tanto potere. E a proposito di ghetto, un altro acuto sismografo come Gianni Pettena si è accorto delle ragnatele della rete di Beyond Media (vedi l'articolo/intervista "Il ghetto dei giovani architetti" di Claudia Riconda apparso sulla Repubblica il 3.10.2003). Certamente non sono io in grado di dare le soluzioni, ma sarei felice se scendessimo umilmente dal nostro provinciale velleitarismo, fondato solo sul fatto che siamo gli eredi dei geni di Leonardo e Michelangelo. Purtroppo mi pare che nel dibattito culturale italiano finisca sempre per prevalere il sogno rispetto al reale; siccome siamo comunque un popolo di ottimi creativi sognatori ma con delle notevoli difficoltà a realizzare cose, spesso puntiamo più su quello che saremmo potuti essere (alla Totò e Alberto Sordi insomma) e non su quello che realmente siamo e facciamo, e non so se ci fa bene.
La stanza del vero verde - Base1 |
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[11-2003] |
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