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Una raccolta di progetti tra architettura e design
che ne ricostruisce la figura brillante e garbata nel panorama milanese del dopoguerra. Dopo
la mostra Diritto d'Autori - Il diritto ad un ricordo
…il dovere di un omaggio, con la quale si proponeva di
risvegliare tra gli studenti quella passione per l'Architettura troppo spesso
sopita, il gruppo Ghigos ha continuato la sua ricerca incentrata sulla lezione
di architetti milanesi degli anni '60 e '70, questa volta riportando in
luce l'opera di Alberto Rosselli e la sua figura riservata, ma al tempo stesso
acuta ed ironica. Una figura che per una serie di coincidenze storiche e per il
carattere schivo del progettista non è ancora stata studiata accuratamente, relegata
al silenzio dal lontano 1981 - anno della prima e ultima mostra sulla sua opera.
LA
RICERCA Alberto
Rosselli ha avuto un ruolo particolarmente importante nella storia del design:
tra i primi ad interessarsi e a parlare di "disegno industriale", ha
fondato e diretto "Stile Industria" - una rivista nata come costola
di Domus ma che in breve tempo ha acquisito una sua completa autonomia e compiutezza
- è stato tra i promotori della nascita dell'ADI e come docente ha introdotto
il concetto (estremamente innovativo per il periodo) di "progetto inteso
come processo decisionale", ponendo così le basi strutturali e concettuali
di riferimento per la fondazione dell'Area Tecnologica della Facoltà di Architettura
del Politecnico di Milano. La sua
storia complessa, il rapporto contrastato con Gio Ponti, l'esperienza universitaria
nei difficili anni '60, l'apporto dato alla nascita e alla diffusione del concetto
di disegno industriale, la fondazione dell'ADI, gli importanti saggi teorici e
gli editoriali di Stile Industria - che pur nella sua breve vita, dal 1954 al
1963, ha comunque segnato la storia dell'editoria italiana nel campo del design
- testimoniano, dunque, quanto Alberto Rosselli sia stato un effettivo protagonista
del dibattito e della scena architettonica del dopoguerra. Un
protagonista a volte scontroso, restio a lasciarsi travolgere da logiche di potere
che gli erano completamente estranee; solitario, per scelta, quando - letteralmente
- si immergeva nei suoi progetti, a cui si dedicava con ostinazione e da cui traeva
vita ed energia; ironico e pungente, di un'ironia un pò all'inglese, con
cui forse aveva imparato a difendersi e a contrattaccare senza mai cadere nelle
polemiche. Pudico e riservato, ma al tempo stesso affabile, sensibile - forse
troppo, se esiste un criterio di giudizio per definire un "troppo" -
gentile nei modi, nei gesti e nei silenzi ancora più che nelle parole. Per alcuni
pessimista, per altri più semplicemente un idealista che si scontrava con difficoltà
con una realtà a cui apparteneva, ma che spesso non condivideva. La
ricerca svolta per la mostra ha cercato di indagare tutte queste sue molteplici
attività e sfaccettature, correlandole per restituire una visione d'insieme della
sua attività e del suo pensiero. Per questo motivo numerose interviste agli amici
e ai collaboratori, che ne hanno ricordato i modi gentili e quell'apparente
fragilità che nascondeva invece un'ostinata perseveranza, hanno affiancato una
ricerca più strettamente bibliografica. A
livello progettuale l'architetto ha svolto un'indagine con una forte impronta
sociale, coerente con i suoi principi e con la sua visione del ruolo del progetto
e del progettista: per lui il designer doveva "essere
un deputato dei consumatori presso la produzione. Colui che ne interpreta i desideri
stando come il Consigliere del Principe: accanto a lui, ma
non sotto di lui". Il suo sguardo, sempre volto a
cogliere le reali esigenze dell'utente, riusciva a tradurle con leggerezza
in soluzioni tecnologiche di esemplare semplicità e funzionalità; da cui la qualità
di un progetto che riusciva ad incidere positivamente sui modi di vivere anche
nel quotidiano. Nella sua ricerca
emerge come costante la predilezione per soluzioni flessibili, mai definitive,
in grado di rispondere alle diverse esigenze delle persone; nei suoi progetti,
espressioni di una caparbia esplorazione "nel campo del possibile",
nessun dettaglio era lasciato ad uno stadio approssimativo, nulla era trascurato
o delegato ad un poi futuro; egli ha sempre coltivato l'incertezza come valore
progettuale, applicandola però in modo metodico e rigoroso. Anche
durante la lunga e proficua collaborazione con Gio Ponti ed Antonio Fornaroli
nello studio Ponti Fornaroli Rosselli sono rintracciabili queste sue caratteristiche
personali, che lo hanno contraddistinto come individualità all'interno del
famoso studio in un periodo ricco di soddisfazioni, ma per alcuni aspetti anche
tormentato per il giovane architetto (dibattuto tra la stima, l'amicizia e
la riconoscenza, ma anche il successo e l'esuberanza esplosiva dell'ingombrante
suocero). Gio
Ponti ed Alberto Rosselli, Alberto Rosselli e Gio Ponti: i due nomi sono stati
a lungo affiancati dalla critica, con un ovvio effetto di oscuramento di uno ai
danni dell'altro, ma se ENTRAMBI hanno passato il giudizio implacabile della
storia ed ancora se ne studiano le ricerche teoriche e le opere concrete è perché
erano due persone e due progettisti complementari - e quindi diversi. Diversissimi.
Con criteri differenti e parametri
corretti vanno dunque valutati i loro lavori, per coglierne appieno il significato
e il valore. Con questo obiettivo
si è posta la mostra, che ha cercato di riportare l'attenzione sul Progettista
Alberto Rosselli; un uomo colto, attento, appassionato, un Progettista che ha
anche lavorato con il Progettista Gio Ponti. La
ricerca svolta si è sviluppata dunque su più livelli, nel tentativo di analizzare
con completezza la figura di Alberto Rosselli: in primo luogo come uomo, come
designer e come architetto (tre chiavi di lettura indipendenti, che si snodano
separatamente per poi però ricomporsi, intersecarsi e sovrapporsi costantemente,
nel dispiegarsi di un'intera vita dedicata al progetto ed in cui personalità,
esperienze, incontri, attitudini e risultati formali diventano inscindibili),
ma anche come docente - Alberto Rosselli e l'esperienza universitaria
- e come teorico - Alberto Rosselli e la vicenda di "Stile Industria". L'ALLESTIMENTO La
mostra ha esplorato tutti i campi sopra citati e ha restituito fedelmente i risultati
della ricerca svolta, poiché nell'allestimento si è preferito far parlare
direttamente i progetti e i ricordi di chi ha conosciuto Alberto Rosselli senza
interporli interpretazioni critiche troppo personali; il tipo di esposizione ha
inoltre permesso sia una lettura simultanea che indipendente dei diversi punti
di vista proposti. Un lungo e continuo
nastro rosso - una sorta di filo conduttore che univa le singole tavole dei progetti
esposti - ha accolto fotografie personali, tappe importanti della vita di Alberto
Rosselli o semplicemente istantanee felici che lo ritraggono in famiglia, con
gli amici Zanuso e Sambonet, in vacanza o in studio…, accogliendo al contempo
aneddoti simpatici e significativi che hanno posto in luce l'aspetto più privato
dell'architetto. Quell'aspetto a volte trascurato, ma che spesso ne spiega
le scelte progettuali. Ad intervalli
regolari, quasi a scandire la crescita intellettuale del progettista e le sue
diverse "avventure culturali", il nastro ha accolto anche sei saggi
di suoi amici, collaboratori, assistenti universitari o redattori (Lisa Ponti,
Franca Santi Gualteri, Isao Hosoe, Gillo Dorfles, Cesare Casati ed Adriana Baglioni)
che hanno focalizzato i contributi dati da Alberto Rosselli nelle sue svariate
attività; ricostruendo così un percorso progettuale e culturale coerente, attento
agli aspetti tecnologici così come a quelli sociali del progetto, estremamente
metodico e rigoroso, inteso dall'architetto come possibile mezzo per migliorare
la vita e la condizione dell'uomo. In
mostra il nastro ha collegato - simbolicamente e fisicamente - oltre 30 tavole
esplicative dei progetti, di architettura così come di design: dalle prime sperimentazioni
degli anni '50 (di un Rosselli poco più che trentenne), agli ultimi cantieri
avviati da lui, ma poi conclusi dai collaboratori dello studio dopo la sua prematura
scomparsa nel 1976, a 55 anni. I
progetti esposti hanno spaziato così da uno stupefacente - per la sua capacità
di anticipare i tempi - elettromassaggiatore del 1955, alla casa rurale dell'
Agro di Foggia del 1974-75 o alla piscina di Prè Saint Didier, portata a termine
nel 1977. In mezzo tantissimi altri progetti, alcuni realizzati, altri rimasti
allo stadio di semplici prototipi e che comunque hanno influenzato fortemente
la successiva produzione: ricordiamo per tutti la famosa "Casa mobile"
proposta al MoMA del 1972. Non si
può poi non citare il "veicolo per grandi itinerari Meteor", progettato
insieme ad Isao Hosoe e premiato con il Compasso d' Oro nel 1970, riferito
al quale K. Koenig disse che "è l'unico in cui lo spazio interno assecondi
il formarsi di attività di gruppo che rendono meno noioso il tempo passato sulle
autostrade"; le innovative sperimentazioni sui sistemi modulari e componibili
- quali il "Sistema per uffici Facomet", il "tavolino componibile"
per Bilumen, il "Sistema Dune"; il famoso "Asciugacapelli Auretta"
in cui il progettista ha operato una decisiva revisione tipologica dell'oggetto;
tutta la serie per Saporiti, comprendente le poltroncine "Jumbo", le
poltrone "Play", "Moby Dick" e "P110", la sedia
e il tavolo "Jarana": oggetti dalle forme sinuose e accattivanti, quasi
giocose e pur sempre funzionali, in cui il designer ha sperimentato le nuove potenzialità
offerte dalla vetroresina. Ed
ancora il "carrello componibile" per Kartell, le ricerche sui bagni
e sulla loro prefabbricazione ("L' Unità bagno in
PRFV" per Montecatini, "L'unità bagno completa
di accessori" per I.C.S.), i mobili per ufficio della Arflex, gli arredi
per la BBB emmebonacina… E per quanto
riguarda le architetture come non ricordare la "sede del Corriere della Sera",
le ricerche sui grattacieli (la "Torre alta 400 metri", la "Torre
Belisario") e quella per i "Piani mobili per uffici", le ville
(a Foggia, a Nole Canavese), gli edifici cittadini a destinazione residenziale
(quello di P.ta Venezia, quello di via Marina), i negozi…. Questo
lavoro di ricostruzione dell'opera di Alberto Rosselli uomo-designer-architetto
è stato documentato attraverso disegni originali, schizzi, fotografie, saggi,
ma anche esponendo direttamente alcuni oggetti da lui progettati e alcune maquette
delle sue architetture. Gli oggetti
e i modelli sono stati esposti su un supporto espositivo appositamente progettato
per l'occasione: un sistema componibile di tavoli che richiama volutamente,
per le dimensioni e le forma dei moduli scelti, il sistema per uffici "Talking
Office" di Rosselli stesso; unica variante introdotta riguarda il procedere dei
vari moduli, che non si collocano tutti ad una stessa altezza, bensì a quote differenti,
in funzione del tipo di oggetto esposto. Il tentativo è stato infatti quello di
presentare i singoli oggetti dalla loro consueta "visuale d'uso",
mantenendo cioè le sedute a quota zero piuttosto che i piatti a quota-tavolo. Ne
è risultato un allestimento che mantiene la sinuosità del Sistema Facomet, con
il pregio di essere facilmente aggregabile, smontabile ed estremamente flessibile
- quindi adattabile ai diversi tipi di spazi in cui la mostra potrebbe spostarsi
- economico, ma anche in grado di connotare significativamente un ambiente. FRAMMENTI
DI RICORDI "La
ricerca di una metodologia, come indirizzo sistematico per la progettazione, ha
occupato gli anni più intensi dell'attività didattica del Rosselli, dal '65 al
'72. […] Rosselli insegnava agli studenti a scomporre e ricomporre i problemi
e ad affrontarli riducendoli a un sistema di problemi minori, […] riconduceva
l'unità all'insieme delle parti, cosicché ognuna potesse essere studiata nel dettaglio,
con amore e accanimento e nulla fosse lasciato al caso, all'inventiva incontrollata". (Adriana
Baglioni) "Con
la sua rivista "Stileindustria" fu tra i primi a dare dignità di ricerca
scientifica a un'attività allora considerata solo una sottospecie dell'architettura.
Il design". (Gillo
Dorfles) "L'aereo
che viaggia più veloce del suono si fa sentire solo quando è oramai andato via. A
volte lascia un tuono profondo che penetra nel cuore senza scomodare i nostri
cinque sensi, ma molte volte passa in totale silenzio perchè vola così alto che
l'aria rarefatta della stratosfera non riesce a trasmettere l'onda sonora. Rosselli
sapeva che gridare ad alta voce nell'ambiente rumoroso non fa che aumentare ulteriormente
il livello di rumore di fondo". (Isao
Hosoe) "Parlava
poco e gli piaceva essere caustico. Le sue battute erano celebri e un po'
cattivelle, per scelta. Ho sempre sospettato che questo fosse il suo modo per
nascondere una certa dolcezza. Era
"tenebroso", fascinoso, interessante.[…]. Sembrava distratto
ma poche cose gli sfuggivano". (Franca
Santi Gualteri) "Di
Gio Ponti, suo maestro, socio e suocero, Rosselli certamente ne ha subito il fascino
e la prorompente creatività, ma il suo carattere schivo e riflessivo gli ha consentito
sempre di ritagliarsi, all'interno dello Studio, una sua attività progettuale
originale, indipendente e soprattutto di grande spessore culturale. [Egli
ha] traghettato il progetto per l'industria dal razionalismo romantico degli
anni Cinquanta al design creativo del decennio successivo, […] con il
suo modo particolare di inserirsi, con rispetto e dignità, nel tessuto urbano
e culturale preesistente. Questa
è la chiave per leggere l'intera opera di Rosselli, caratterizzata da un mondo
estetico che vede design e architettura appartenenti alla stessa sfera di progetto
e di civiltà". (Cesare
Casati) "Diversi.
Gio Ponti immerso nella avventura del proprio pensiero e delle sue musicali anticipazioni
fantastiche, o posticipazioni, Rosselli attento anche alla avventura del pensiero
altrui . Una curiosità intellettuale così intensa, nel suo modo silenzioso, da
fare di lui, in apparenza uomo chiuso, in realtà un uomo aperto alle complessità
del momento sociale, e anche all'arte". (Lisa
Ponti) "Un
pudore che nascondeva un pudore, non una timidezza. Un senso intenso della complessità
del mondo - per evitarne il frastuono - amandolo ritrosamente con ogni parte di
sé". (Lisa Ponti) |

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09-2003] |
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