
|
Channelbeta
- Canale d'Informazione sull'Architettura Contemporanea |


|
Nell'incontro svoltosi presso la sede dell'Ordine
degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Milano, a due passi
dal Corriere della Sera, si è parlato della Scala, il teatro sottoposto a profondi
medicamenti, nella parte da conservare, e a sostanziosi quanto necessari interventi
di demolizione e ricostruzione dei corpi di nuova concezione. Non è certamente
il primo in Italia a sollevare un gran polverone: ci sono già stati quelli - partendo
dal Sud - del Teatro Massimo di Palermo, del Petruzzelli di Bari, del Teatro Galli
di Rimini, del Carlo Felice di Genova e della Fenice di Venezia. A proposito di
questa, per annotare subito uno spunto dissonante del dibattito, De Corato, assessore
e vice-Sindaco del Comune di Milano, vanta tra le glorie della sua Giunta la realizzazione
in "soli" ventotto mesi della vice-Scala, il Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca.
E cita come contraltare negativo il caso della Fenice, appunto, ancora allestita
in un "tendone" per problemi, si' insomma, burocratico-politici. Dal Co, direttore
di Casabella, gli risponde che sì, effettivamente i tempi sono stati ristretti,
ma "dati i risultati", forse conveniva riflettere un poco più a lungo e alloggiare
anche la Scala in una tenda, almeno temporaneamente. Particolarmente
interessanti, sotto il profilo tecnico, le parole spese dai due direttori dei
lavori del cantiere della Scala: Malgrande e Acerbo, due ingegneri che si occupano
rispettivamente della macchina scenica (quella serie di ardimentosi meccanismi
che consentono la movimentazione delle scene, per la maggior parte alloggiati
nella torre, ma anche sotto lo stesso palco) e della direzione generale del cantiere.
Entrambi espongono dati su ciò che hanno trovato durante le demolizioni della
torre scenica dell'architetto Piermarini: tonnellate e tonnellate di acciaio,
per non parlare di calcestruzzo e cavi elettrici fuori norma. Che significa? Impostando
una semplice proporzione, che la torre scenica preesistente sta alla realizzazione
settecentesca dell'architetto Piermarini, come la realtà sta alla finzione: solo
pochi residui architettonici della Scala del Piermarini continuavano a sopravvivere
immobilizzati in camicie di forza di cemento armato, lacerti di un progetto originale
in frantumi. E Dal Co, con la buona vis polemica veneziana che lo contraddistingue,
non esita a chiamare "balle" le teorie della conservazione fondate sul presunto
mantenimento delle caratteristiche acustiche dei teatri all'italiana: sono "balle"
i riferimenti ai materiali originali che hanno una migliore risposta alla curva
sonora, quando alcuni fenomeni acustici tradizionalmente intesi sono prodotti
da fenomeni "abbastanza casuali". Lo storico veneziano cita un caso preciso: come
membro della commissione giudicatrice dei lavori di restauro della Fenice di Venezia,
prese atto delle conclusioni del consulente acustico tedesco, ingegner Muller.
Le cantine della Fenice erano piene d'acqua e il suono all'interno della sala
era ampiamente condizionato da tale presenza: fu subito chiaro che, dovendo eliminare
l'acqua in fase di restauro per problemi riguardanti la sicurezza del cantiere,
l'acustica all'interno della sala sarebbe notevolmente cambiata, anche nell'ipotesi
di un recupero filologico/morfologico dell'architettura. E' allora "un problema
di gusto", dice Dal Co, e non di tipo conservativo per ragioni che non sussistono
sotto il profilo razionale. Questo
è il problema di fondo: quale gusto? Quello contemporaneo come nel resto d'Europa
e del mondo, o quello della conservazione ad oltranza? E quest'ultima non è forse
un segnale d'impotenza, di sconfitta verso il nostro ruolo di contemporanei che
deflettono verso il peso della storia? In questo senso, con le capacità che ci
assegniamo come contemporanei, non saremo mai storicizzabili, poiché "inincidenti"
(secondo la formula del filosofo Galimberti) su quella storia che tanto amiamo.
Certo, con l'azione si può sbagliare (forse come nel caso dell'Arcimboldi), ma
questo è parte della nostra storia. Non siamo i primi, e non saremo certo gli
ultimi. Da un'altra parte sta invece
il "concetto d'architettura" espresso dall'architetto Botta a giustificazione
del proprio progetto esecutivo, impostato per conto dell'impresa sulla base del
progetto definitivo dell'ingegner Parmeggiani. Il volume esterno del Teatro ha
subito numerosi interventi di restauro e, internamente, variegati adeguamenti
degli spazi funzionali: queste attività hanno comportato delle inevitabili incrostazioni
dei volumi originali del Piermarini, chiamate dall'architetto ticinese superfetazioni.
Il suo progetto, a grandi linee, prende atto del progetto originale che, come
ogni buon progetto neoclassico, è puro nella sua astrazione di volumi: ma non
di quella purezza che il lecorbusieriano Botta vorrebbe affibbiargli, cioè quella
delle geometrie solide elementari (parallelepipedo, cilindro, cono, sfera ecc.),
piuttosto di un'armoniosa e ordinata composizione di masse architettoniche non
riconoscibile immediatamente nelle forme geometriche come le sue. La
torre scenica della Scala viene ricostruita da Botta in forma di enorme scatola
incorrotta (il parallelepipedo), mentre gli spazi destinati ai camerini vengono
infilati dentro un volume ettenuto da una estrusione verticale di una ellisse,
anch'essa incorrotta. E' il "fondamentalismo geometrico" di Le Corbusier descritto
nel saggio "Verso una nuova architettura", di cui anche Botta è stato allievo.
Però bisognerebbe chiedersi dove, nell'architettura classica, vediamo così evidenti
nei contorni, delle geometrie così pure e riconoscibili: eppure anche e soprattutto
quelle sono ordinate ed armoniose, senza necessità di essere anche noiose. Le
parole della soprintendente di Francesco non hanno certo chiarito il problema
di fondo: come conservatrice si è detta convinta della necessità della conservazione
(anche se le ragioni sembravano più di carattere nostalgico che di sapore razionale
o critico), anche ammettendo che la realtà urbana milanese può accogliere nuove
architetture, pur "nel dialogo fra vecchio e nuovo". Per la di Francesco gli enti
di tutela istituzionali possono condurre, con il loro coordinamento e la loro
supervisione, al buon progetto, anche se non si capisce come praticamente. Problemi
politici, problemi tecnici, problemi storici: l'Italia continua a salire tutte
le scale senza scenderne una. Il vero problema è che in questo Paese la dialettica
fra decisionisti e conservatori in architettura non è vera, è un diversivo: anche
chi si mostra attento alla contemporaneità come valore - e non come trend o moda
- è sempre, comunque, un po' affezionato, per ideologia di formazione, all'arretratezza.
Anche i progressisti sono un po' conservatori: è come se non riuscissimo a coniugare
la democrazia con la scelta, o la "democrazia con la bellezza" come sosteneva
lo storico Benevolo, e l'architettura senza scelte rimane nel terreno delle pavide
richieste dei nostalgici. |

|
[06-2003] |







|
channelbeta COPYFREE |
|
Immagini fornite dall'autore |