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Gli MVRDV
a Pescara! E' successo mercoledì
7 maggio, in un'Aula Magna piena come non si vedeva da anni [all'incirca
da quando, una decina d'anni fa, Desideri portò in questa piccola Facoltà
gente come Koolhaas, Hadid, Meyer...]. Per fortuna l'organizzazione si
è dimostrata all'altezza, fornendo ai malcapitati rimasti fuori una seconda
aula fornita di proiettore e maxischermo. Come
ha ricordato in apertura il prof. Giangiacomo D'Ardia [direttore del D.A.I.P.
- Industrial Design., dove la sigla indica il Dipartimento di Architettura, Infrastrutture
e Paesaggio], è la prima conferenza di un ciclo interamente dedicato alla
Nuova Architettura Olandese [New Holland Architects]. E
gli MVRDV sono sicuramente molto olandesi, nel senso che il loro modo di fare
architettura deriva anche, e forse soprattutto, dalla stessa realtà che li ha
generati, e in cui ora si trovano a operare. Utilizzando
una definizione ripresa da Delirious New York di Koolhaas, la prof. Carmen Andriani
[curatrice dell'evento] ci ricorda che gli Olandesi sono un popolo
caratterizzato da una miscela di Pragmatismo e Utopia. L'Utopia
di chi decide di vivere su una terra "strappata" al mare, e il Pragmatismo
come capacità concreta di realizzare i propri intenti. Come
fa notare Koolhaas: "dal momento che la loro terra di origine è interamente
opera dell'uomo, per gli Olandesi non esistono imprevisti". Un ambiente
totalmente definito. E, guarda caso,
"Total environments" è proprio il titolo della Lezione di Nathalie De
Vries [la DV dell'acronimo MVRDV, dove la M sta per Winy Maas e la VR
per Jacob Van Rijs]. Questo "ambiente totale" esprime soprattutto
il lato pragmatico degli MVRDV, che traspare fin dall'inizio dell'esposizione
della De Vries, che cerca di dare basi "concrete" e oggettive alle scelte
progettuali del gruppo: "Una conferenza degli MVRDV non può iniziare senza
un pò di dati". I dati sono
una componente essenziale del lavoro di questi architetti, che sono arrivati addirittura
a elaborare un software che trasforma in "concetti spaziali" i valori
dei paramentri indicati dall'operatore [che può essere l'architetto,
la committenza o l'utente], considerando l'architettura e la città
come una "macchina totale" dove "l'architetto muove le manopole". Questo
ha portato alcuni a definire la filosofia del gruppo come "Iper-funzionalismo".
In effetti, almeno in alcuni casi più estremi, sembra che la loro architettura
derivi "direttamente" da dati, statistiche, formule, e questo ha portato
qualcun'altro a parlare di "fine del linguaggio". D'altra
parte, come ha tenuto a precisare la De Vries, il mondo dell'edilizia olandese
"ha un sistema di regole rigido e completo, non si può sbagliare". Leggendo
tra le righe, la situazione è questa e ci si adegua, ...e che la cosa in realtà
gli piaccia o no, è abbastanza irrilevante. L'accusa
di iper-funzionalismo li ricollega direttamente al Movimento Moderno. L'ennesimo
riferimento della prof. Andriani a Koolhaas è dovuto: "in pieno Post Modern
esalta il Moderno". Credo che
l'olandese [di estrazione miesiana] sia un'ottima dimostrazione
che il Moderno ha ancora molto da offrire, e che questa nuova architettura della
Rivoluzione Informatica e della società globalizzata è figlia diretta di questo
Movimento, di cui spesso riprende gli stilemi. Non
credo, invece, che sia un caso che Maas e Van Rijs abbiano lavorato, e negli stessi
anni, da Koolhaas. Da quanto riportato
finora, prevale il Pragmatismo, mentre l'Utopia scarseggia. Se c'è, è
ben mimetizzata. E per provare a capire se effettivamente esiste, credo occorra
evidenziare un'ulteriore relazione tra gli MVRDV e l'Olanda. La
loro architettura si rivolge soprattutto alla middle-class olandese, una borghesia
edonista, con tanti soldi da spendere. Come
spiega Roemer Van Toorn [del Berlage Institute di Rotterdam], in questo
Paese "la gente "media" prova un desiderio smisurato di esibire
ricchezza, benessere, erudizione e culto del proprio io". In una società
dinamica e transitoria qual'è quella contemporanea in generale, e quella olandese
in particolare, la vita non si basa sugli oggetti ma sulle esperienze. Gli Olandesi
vivono nell'"Experience Economy", e gli architetti sono chiamati
a progettare una grande "quinta teatrale", da realizzare insieme a un'industria
dell'edilizia che, come ha ricordato la stessa De Vries "si è notevolmente
specializzata, offre optional per tutte le necessità e tutte le tasche". Se
il quadro è questo, c'è il rischio che l'architettura degli MVRDV non
ne esca molto bene. L'architettura fresca, trendy e accattivante del gruppo,
che riesce così bene a colpire l'immaginario collettivo, potrebbe essere solo
la risposta a una legge del mercato che vuole l'architetto come creatore di
"paradisi artificiali". Vittoria
del Pragmatismo e fine dell'Utopia. Del resto non viviamo nell'epoca della
"fine delle ideologie"? Io
credo, o forse spero, che le cose non stiano semplicemente così. Potrebbe esserci
un'alternativa. In un quadro
generale effettivamente poco consolatorio, per chi volesse "concretizzare"
un'utopia, un'idea [e gli allievi di Koolhaas sono allievi di un ideologo],
occorrerebbe scendere a non pochi compromessi. E se gli MVRDV sono riusciti, prima
dei 40, a realizzare già circa 20 edifici, qualche compromesso forse lo hanno
fatto... Ciò che, credo o spero,
li "salva" è una qualità che in molti gli hanno riconosciuto: una notevole
dose di Ironia. E in questo mi pare
riprendano il Radicalismo italiano che, come hanno scritto Tafuri e Dal Co, "ripercorre
le Utopie" trovando "la liberazione nell'Ironia". A vederla
così, vengono spazzate via le critiche riguardo "Iper-funzionalismo"
e "fine del linguaggio". E
si risponde anche a un'altra critica spesso rivolta ai "koolhasiani",
l'aver esaltato la contemporaneità senza volerne vedere i difetti, e quindi
senza proporre reali alternative. E'
possibile infatti che quest'architettura abbia almeno il merito di aver cercato
di capire veramente la contemporaneità e di provare a produrre una Architettura
a essa adatta, che si confronta apertamente con la realtà e che per potersi "concretizzare"
si lascia contaminare, permettendosi nei casi più fortunati, di evocare, attraverso
l'Ironia, delle alternative possibili . Gli
MVRDV si muovono [agiscono] lungo una sottile linea di demarcazione, tra
la "leggerezza" di ciò che si vorrebbe fare e la "pesantezza"
di ciò che si può effettivamente fare. E'
come una sfida. Che loro hanno accettato,
ma che dovremmo accettare tutti. L'importanza
maggiore della presenza degli MVRDV a Pescara consiste proprio in questo: nel
dimostrare "fisicamente" che accettare la sfida è già una vittoria. |
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[05-2003] |

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